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Atp Finals 2026, ecco i giocatori qualificati: c’è Cobolli

(Adnkronos) – C’è un discreto imbarazzo nella Silicon Valley, dove per due anni i più potenti imprenditori del pianeta hanno gareggiato per conquistare l’attenzione di Donald Trump. Donazioni elettorali, cene a Mar-a-Lago, finanziamenti per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, il film su Melania Trump generosamente promosso da Amazon. In cambio, la promessa di lasciare correre l’intelligenza artificiale senza troppe regole. La scommessa è stata, dal punto di vista industriale e finanziario, vinta: mostrarsi entusiasti con il Commander-in-Chief ha portato in alcuni casi a decuplicare il valore in borsa.

Dal lato politico, però, le cose non hanno girato allo stesso modo: dopo l’onda blu delle elezioni di metà mandato, ora i miliardari tecnologici stanno cercando un modo di farsi ricevere dai democratici.

La storia ha precedenti illustri. La Silicon Valley fu il salotto buono di Barack Obama, finanziò Hillary Clinton e sostenne Joe Biden, salvo scoprire, tra antitrust e regolazione tecnologica, che il Partito democratico aveva smesso di essere un alleato così conveniente. Nel 2024 Elon Musk, Marc Andreessen e altri protagonisti del venture capital abbracciarono Trump, e Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e diversi amministratori delegati si adeguavano al nuovo corso con maggiore prudenza. Alla cerimonia d’insediamento del 2025 sembrava la consacrazione di un’alleanza destinata a durare. È durata meno di due anni.

La rivolta contro i padroni dell’AI

Le midterm hanno consegnato ai democratici entrambe le camere del Congresso e diversi governatorati strategici. Ma soprattutto hanno rivelato qualcosa che i miliardari tecnologici avevano sottovalutato: l’AI è diventata un problema elettorale, e non soltanto per i democratici.

In 40 dei 41 “referendum” locali, gli elettori hanno sostenuto limitazioni o blocchi alla costruzione di nuovi data center. Un fenomeno particolarmente evidente in Ohio, Texas e Georgia, dove i candidati democratici hanno trasformato il costo dell’elettricità, il consumo di acqua e gli sgravi fiscali concessi ai giganti tecnologici in temi di battaglia politica. In Texas Gina Hinojosa, nuova governatrice democratica, ha promesso una moratoria sui nuovi impianti.

Le conseguenze sono tutt’altro che teoriche. Secondo Evercore ISI, Texas, Georgia e Ohio rappresentano oltre il 40% della capacità di data center pianificata negli Stati Uniti. Brad Gerstner, investitore della Silicon Valley, stima che fino al 35% delle nuove costruzioni previste per il prossimo anno potrebbe essere a rischio.

A Wall Street il messaggio è arrivato con una certa brutalità: giovedì 5 novembre il Nasdaq ha perso il 5,5%, bruciando circa 2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione. Non tutta colpa delle elezioni, naturalmente. Da mesi gli investitori si interrogano sulla sostenibilità degli investimenti nell’AI, sui debiti contratti per finanziarli e su un sistema in cui, come ha osservato la Banca dei regolamenti internazionali, quasi il 29% delle operazioni di investimento delle imprese AI riguarda altre imprese AI. Un circuito che funziona magnificamente finché tutti continuano a investire.

Le prime giravolte, intanto, sono già cominciate. Giovedì OpenAI ha annunciato un “National Community Compact”: maggiore trasparenza sui consumi energetici e idrici, niente accordi di riservatezza con le amministrazioni locali salvo eccezioni limitate, impegno a pagare interamente l’elettricità e gli aggiornamenti delle reti necessari ai propri data center. Un nuovo linguaggio, molto più vicino alle richieste dei democratici che alla deregolamentazione trumpiana.

Sam Altman, che aveva donato un milione di dollari al fondo per l’insediamento di Trump, deve ora fare i conti con una situazione decisamente meno favorevole. Greg Brockman, presidente di OpenAI, aveva già rinunciato a versare altri 25 milioni di dollari a un comitato favorevole all’industria dell’AI, dopo le proteste interne dei dipendenti.

Anche Meta si sta attrezzando. Il Financial Times racconta che Brian Rice, dirigente vicino ai democratici, ha assunto maggiore centralità dopo l’annuncio dell’uscita di Joel Kaplan, storico lobbista repubblicano. Palantir e Meta hanno cercato nuovi interlocutori a Washington, mentre OpenAI ha assunto Jessica Schumer, figlia del leader democratico al Senato Chuck Schumer.

Dina Powell McCormick, presidente di Meta, ha ammesso al WSJ che costruire nuovi data center negli Stati Uniti diventerà molto più difficile, tanto da spingere le aziende a valutare investimenti all’estero. Ha però raccontato che uno dei governatori democratici appena eletti, nonostante una campagna contro i data center, l’ha già invitata a incontrarsi dopo l’insediamento per evitare di perdere investimenti e posti di lavoro. La politica ha i suoi principi, ma anche le sue bollette.

La risposta non è scontata. Greg Casar, presidente del gruppo progressista alla Camera, ha avvertito che i democratici devono chiedere conto ai miliardari dell’AI del loro ruolo politico, non limitarsi a incassarne gli assegni. Il senatore Ed Markey ha promesso, scherzando, una tale quantità di mandati di comparizione che servirà piantare nuove foreste.

Nel mirino ci sono Musk, i suoi contratti federali e il suo ruolo nell’amministrazione Trump, ma anche David Sacks, i rapporti tra industria e Casa Bianca e le decisioni favorevoli a Nvidia sulle esportazioni di chip verso la Cina. Elizabeth Warren chiede da tempo di convocare in audizione giurata Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia.

La frattura è anche generazionale e politica. Figure come James Talarico in Texas, Abdul El-Sayed in Michigan e Jon Ossoff in Georgia hanno fatto dell’opposizione al potere dei miliardari uno dei temi della campagna elettorale. E Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn rimasto fedele ai democratici, ha già avvertito che le voci Maga della Silicon Valley non potranno più parlare a nome dell’intero settore.

Naturalmente non tutti i democratici vogliono fermare l’AI, né il Congresso dispone di una strategia condivisa. Trump conserva il potere di veto, mentre governatori e amministratori locali possono intervenire sulle autorizzazioni. E un’economia che deve una parte importante della propria crescita agli investimenti tecnologici non può permettersi di bloccarli senza conseguenze.

C’è poi un’ultima complicazione, che non sfugge ai diretti interessati: anche il Partito repubblicano comincia a prendere le distanze dai suoi ricchissimi sostenitori. Alcuni esponenti conservatori accusano i miliardari dell’AI di aver trascinato il partito in una battaglia impopolare, finanziando campagne e progetti che gli elettori non volevano. La Silicon Valley rischia così di ritrovarsi sgradita a entrambi gli schieramenti.

FT cita un dirigente di una grande azienda tecnologica che ammette di voler fare “hedging”, distribuire le proprie scommesse politiche, nell’eventualità che fra due anni siano i democratici a subire il contraccolpo elettorale. Una strategia comprensibile, visto che la politica americana è un tipo particolarmente volatile di investimento.

La differenza, rispetto alle precedenti giravolte, è che stavolta non basta cambiare candidato. Bisogna convincere milioni di americani che la rivoluzione dell’AI porterà benefici anche a loro, e non soltanto a chi possiede i data center. Un’impresa forse più complicata di ottenere una cena alla Casa Bianca.


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