Salute

Christine Lavant, della sofferenza voglio sapere tutto (Traduzione di Stefanie Golisch)

Io ho un mondo e questo mondo brucia. E dove brucia qualcosa, sorge forza. E questa forza trascina! Diceva così Christine Lavant, . Nata nel 1915 in Carinzia come nona figlia di una povera famiglia operaia. Fin dall’infanzia fu tormentata da varie gravi malattie, ma sebbene i medici l’avessero abbandonata non muore. Sente che deve dire la sua parola e, quindi, deve vivere. Morirà soltanto nel 1973, all’età di 58 anni, da scrittrice ormai affermata.

Per una serie di circostanze fortunate, i suoi testi, nel corso degli anni 50, si fanno notare e vengono riconosciuti dalla critica letteraria – senza che l’inaspettato successo comprometta la radicalità della sua scrittura. Christine Lavant rimane fedele a se stessa perché non ha scelta. Non può né essere, né scrivere diversamente. Le sue poesie e la sua vita sono la sua verità – la lotta continua di un io con la vita e con un Dio inaffidabile che non mantiene le sue promesse. Christine Lavant è infinitamente triste e infinitamente arrabbiata e non smetterà mai di dare voce al grande spavento di essere uomini sulla terra. Come molte donne della sua provenienza sociale, si guadagnava da vivere con il lavoro a domicilio. Faceva la maglia, fumando e leggendo avidamente mentre le sue mani fabbricavano guanti e cappelli…

S. G.

Fahrig waren die Februarwolken,
doch still war in und um uns die Erde,
an der Sonne hatten wir wohl auch teil,
mehr aber am schmelzenden Schnee,
darunter die Steine erglänzten.
Wir waren Gottes Geschöpfe und Menschenkinder
und hätten nur drei solche Tage gebraucht,
um heil und heilig zu werden.
Aber die Zeit hatte nicht drei solche Tage,
nicht für Menschen wie uns, – das müssen wir gütig bedenken,
bevor wir fahrig wie oben die Wolken
einander lassen, um schwer zu werden
und niederzufallen als ewiger Schnee
auf den Gipfeln des Zornes.

*

Confuse erano le nuvole di febbraio,
ma calma era dentro e intorno a noi la terra,
anche noi eravamo parte del sole,
ma più ancora della neve che si scioglie,
con sotto le pietre splendenti.
Eravamo creature di Dio e figli degli uomini,
e soltanto di tre giorni così avremmo avuto bisogno
per salvarci.
Ma il tempo non ha tre giorni così,
non per gente come noi, – dobbiamo essere indulgenti
prima che, confuse come sopra le nuvole,
ci abbandoniamo per cadere pesanti
come neve eterna
sulle cime dell’ira.

***

Erlaube mir traurig zu sein
unter deinen Augen, den Sternen.
Vielleicht sehen sie nicht, daß ich traurig bin,
denn die Muschel des Mondes ist abgewandt
und hört nicht auf meine Gespräche.
Bei Tag denkt sicher die Sonnenstirne
niemals über mich Dämmernde nach –
erlaube mir, gänzlich verloren zu gehen
in den Büschen der Schwermut.

*

Permettimi di essere triste
sotto i tuoi occhi, sotto le stelle.
Forse non vedono che sono triste,
perché la conchiglia della luna è rivolta dall’altra parte
e non ascolta i miei discorsi.
Credo che di giorno, la fronte del sole
si dimentichi di me crepuscola –
permettimi di perdermi tutta
nei cespugli della malinconia.

***

Her mit dem Kelch, ich trinke, was ich muß,
und meine Rechte stützt sich auf die Linke,
das ist die Erde, der ich schnell noch winke,
auch sie erträgt von oben jeden Guß,
und ihre Steine halten doch zusammen.
Es ist nicht not, von Sternen abzustammen,
um aus dem Toben heil hervorzugehen.
Ich trink den Zorn und bohre meine Zehen
durchs linde Laub hinab zum scharfen Lauch.
Metallen lärmt im alten Haselstrauch
ein winterharter Vogel über mir.
Ich weiß, ich brenne, ohne je bei dir
auch nur in Form des Weihrauchs anzukommen.
Von allen Sinnen einer steigt benommen
durchs Herz der Hasel in die Vogelkehle,
und meine Rechte zittert in der Linken.
Ein wenig Gold scheint ins Metall zu sinken
und läutet flüchtig für die arme Seele,
als stünde eine Wandlung ihr bevor.
Vom Himmelsrand neigt sich das Halbmond-Ohr
und täuscht mir Betenden Erhörung vor.

*

Datemi il calice, io bevo quello che devo,
e la mano destra si appoggia su quella sinistra,
questa è la terra che saluto con cenno veloce,
anche lei sopporta qualsiasi acquazzone,
eppure le sue pietre resistono.
Non occorre provenire dalle stelle
per uscire dal tumulto illesi.
Io bevo l’ira e affondo le mie dita
nel lindo fogliamo fino all’aglio pungente.
Tintinno metallico nel vecchio nocciolo,
sopra di me, un uccello resiste all’inverno.
So di bruciare senza mai raggiungerti,
nemmeno come incenso.
Di tutti i sensi, uno soltanto sale stordito
dal cuore del nocciolo alla gola dell’uccello
e la mia mano destra trema in quella sinistra.
Un poco di oro sembra affondare nel metallo
che fuggitivamente suona per la povera anima,
come se la sua trasformazione fosse vicina.
Dal bordo del cielo s’inclina l’orecchio della mezza luna
ingannando la mia preghiera di essere esaudita.


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