Caso Zuncheddu, 33 anni in carcere da innocente: nessun risarcimento
Da ogni finestra di Burcei sventola un lenzuolo bianco. In Sardegna è un simbolo di mobilitazione popolare per chiedere la fine di un sequestro. Nel caso di Beniamino Zuncheddu – rimasto 33 anni in carcere da innocente per la strage di Sinnai – un “sequestro di Stato”. In Zustìssia, opera prima di Francesco Piras attualmente nelle sale, la richiesta di giustizia riparte anche da lì: dalla battaglia dell’avvocato Mauro Trogu, interpretato da Michele Riondino. Dal sostegno della sua famiglia, del suo paese e della società civile. E dal contributo della Garante regionale Irene Testa, tesoriera del Partito Radicale, sul grande schermo con il volto di Geppi Cucciari. Eppure, l’assoluzione del 26 gennaio 2024 non è un lieto fine: Zuncheddu non è ancora stato risarcito. Il Partito Radicale sostiene una proposta di legge per garantire un sostegno economico immediato alle vittime di errori giudiziari.
Testa, nel film si vede quanto il suo intervento e la mobilitazione popolare abbiano fatto la differenza nella vicenda. Come è andata?
Ero garante da pochi mesi, l’avvocato mi chiese un appuntamento per parlarmi di Beniamino. Tre anni di attesa, dopo le intercettazioni che lo scagionano, gli stavano facendo perdere le speranze e la salute. Sono intervenuta sia come Garante, per chiedere le sue cure all’amministrazione, sia come dirigente del Partito Radicale, per rendere nota a tutti la sua situazione. Avevo capito che in carcere c’era un innocente, era evidente, e ritenevo che la sua storia dovesse uscire dalla Sardegna. Doveva diventare un caso nazionale.
Si è dovuti arrivare alla lotta politica.
Sì, io ho iniziato a dedicare la mia trasmissione – Lo Stato del Diritto, su Radio Radicale – a Beniamino. Volevamo accendere un faro su questa vicenda e sollevare l’attenzione anche mediatica, cosa che poi è accaduta. La lotta, con anche le manifestazioni, era indispensabile, dal mio punto di vista.
A un certo punto nel film il narratore sottolinea che un processo procede “con più zelo se c’è un pubblico”. È così?
Non dovrebbe essere così, mi pare chiaro che la giustizia dovrebbe essere più celere e più “giusta”. Quei tre anni di attesa la dicono lunga sullo stato di salute della Giustizia. Io credo che il dovere di una magistratura che funziona dovrebbe essere quello di rendere i processi più rapidi. Da quando abbiamo chiesto che venissero rese pubbliche le udienze e abbiamo iniziato a registrarle c’è stata un’accelerazione. Quello che prima era stagnante improvvisamente si è mosso.
Non sempre però rendere mediatico un processo ha un effetto positivo o un valore politico. Qual è il confine?
Nel caso di Beniamino l’aspetto mediatico è arrivato dopo le condanne e con una revisione in corso, altri processi si celebrano direttamente in tv, come il caso di Andrea Sempio. Non può andare così, si portano all’esasperazione imputati e familiari. Viene meno l’attenzione all’essere umano. Non tutti hanno la forza di sopportare i giornalisti fuori casa, anche per anni. Nel caso di Beniamino è stata un’altra cosa, è stato utile. Però sono situazioni diverse, non è la stampa che va a cercare le prove.
Zuncheddu non è ancora stato risarcito. Come Partito Radicale sostenete una proposta di legge per l’indennizzo: a che punto siamo?
La proposta è depositata in Parlamento e stiamo chiedendo che venga calendarizzata e approvata. Vogliamo colmare un vuoto normativo: il risarcimento danni esiste, ma arriva dopo anni. Il legislatore non ha previsto niente dopo l’assoluzione. Se Beniamino, uscito dal carcere dopo 33 anni, non avesse avuto la sorella, che fine avrebbe fatto? Sarebbe dovuto andare a mendicare? Capita molto spesso: gente che è costretta ad andare alla Caritas, persone che si indebitano, uomini che hanno perso tutto.
Un problema che riguarda anche chi esce dal carcere dopo aver scontato una pena giusta.
Sì, per loro non è previsto niente. C’è l’abbandono totale – prima all’interno degli istituti, poi quando si esce. Non c’è nessun tipo di sostegno. Esistono organizzazioni, associazioni, ma uno su mille ce la fa. L’articolo 27 della Costituzione, il diritto nazionale e quello internazionale vengono disattesi. E questo è un grave errore anche per la società: è un interesse pubblico riabilitare gli ex detenuti.
Mancano investimenti?
Si spendono 4 miliardi di euro all’anno per gestire un sistema carcerario che non funziona. È un sistema che ha dei costi enormi e che però non funziona.
Come sta una persona quando esce dalle carceri italiane?
Peggio di quando è entrata. La maggior parte delle persone non resiste all’afflizione carceraria. Beniamino spesso dice: “Non sono un eroe, sono un sopravvissuto”. Lui è forte, strutturato, e aveva la verità e l’innocenza a sostenerlo. Ma altri non ce la fanno proprio a resistere. Il carcere necessita di una riforma.
Qual è la conseguenza principale?
Un tasso di recidiva altissimo. Vale anche per i ragazzi che entrano per disagi psichiatrici da sostanze. È il fallimento dei servizi territoriali e di uno stato che non sa e non vuole farsi carico di loro. Sono considerati lo scarto della società.
Quanto potere avete come garanti?
Il Ministero della Giustizia può spostare i funzionari che lavorano per l’Autorità di garanzia nazionale e questo è problematico. I Garanti regionali, tuttavia, sono più indipendenti e autonomi. In ogni caso il nostro è un potere soprattutto di persuasione: se hai buone relazioni e riesci a crearti un’autorevolezza allora puoi risolvere determinate situazioni… Penso che il nostro ruolo andrebbe rafforzato. Bisognerebbe parlarne di più.
Come è nato il suo impegno?
Mi sono laureata con una tesi sul carcere, una tesi sperimentale sulle colonie penali agricole in Sardegna, un modello bellissimo. Oggi sono la tesoriera del Partito Radicale, ho passato trent’anni con loro, con Marco Pannella. È nel nostro DNA.
E com’è stato vedersi nel film?
Geppi Cucciari è molto brava, sono molto contenta. Tra l’altro mi è sembrata molto profonda anche nei suoi monologhi e interventi pubblici.
E invece Zuncheddu come sta? Che rapporti avete?
Buonissimi. È un mio caro amico, Beniamino, lo sento spessissimo e ci vogliamo molto bene. È una persona molto profonda, complessa. Una persona che ha degli ideali, principi molto sani. È molto forte. È evidente: non resisti in carcere da innocente altrimenti, non ce la fai.
Durante il dibattito sul referendum sulla riforma della Giustizia la vicenda Zuncheddu è stata più volte richiamata dai sostenitori del sì.
Beniamino si è espresso chiaramente: secondo lui se ci fosse stata la separazione delle carriere le cose sarebbero andate diversamente. Ho il massimo rispetto per lui e per il suo essersi esposto. Non si può certo dire che Beniamino non conosca i meccanismi della giustizia: li ha conosciuti meglio di chiunque, sulla propria pelle.
Nel film c’è una scena in cui si mostrano le condizioni in cui vivono i detenuti quando le temperature sono estreme. Serve la storia di un innocente per empatizzare?
E non basta. Di quei contenitori non interessa a nessuno. E quindi, di conseguenza, nemmeno che le persone muoiano dal caldo o dal freddo. Non c’è attenzione, non si prendono neanche la briga di pensare che occorrerebbe riformare il sistema.
Rispetto a questo disinteresse, l’arte e il cinema possono avere un impatto politico?
Io mi auguro che lo abbiano, credo sia necessario. C’è un lavoro culturale importante da fare con la società. Troppo spesso si sentono frasi come “buttiamo le chiavi, chi se ne frega, peggio per loro che hanno sbagliato, devono pagare”. Certo, hanno sbagliato, devono pagare, ma in che modo? La storia di Beniamino dovrebbe insegnare anche questo. Chissà quanti lo hanno giudicato, 30 anni fa, quando veniva considerato un assassino. Chissà quanta opinione pubblica lo ha condannato. Oggi diventa un eroe. Il caso limite dell’innocente in carcere colpisce di più, però il punto è anche cercare di capire che non si può distinguere in buoni o cattivi.
Lei vede quotidianamente ingiustizie, entrando nelle carceri e negli ospedali psichiatrici.
Bisogna avere equilibrio, molte cose te le porti per forza a casa, te le addossi, perché… (sospira, ndr) hai di fronte esseri umani, storie, vita. Vita vera, vita triste, disgraziata, ma vita vera, capisce? Ho incrociato storie che mai avrei potuto immaginare. Un detenuto cinquantenne che aveva una sindrome infantile e voleva l’orsacchiotto in cella come se avesse dieci anni. Una persona autistica grave, riconosciuta fin da piccola, maltrattata dai compagni di cella… Quello che voglio dire è che lì dentro c’è di tutto.
Come si può raccontare tutto questo?
Mi sforzo ogni giorno. A volte è inimmaginabile e anche inspiegabile. Da poco ho trovato una cella sporca di sangue sulle pareti, con la scritta “Mamma, perdonami, non ce la faccio più”. L’aveva fatta con il dito un giovane detenuto che ha tentato il suicidio. Tra quelle mura altri uomini dormono ogni notte. Ho chiesto perché non fossero state pulite. Mi è stato risposto che stavano facendo i lavori al padiglione del 41-bis. Il personale non basta.
A settembre 88 detenuti in 41-bis sono stati spostati in Sardegna.
Il Ministero della giustizia non ha provveduto da nessun punto di vista a una collaborazione, che doveva partire anche dall’integrazione di personale sanitario e di polizia penitenziaria. È inutile ci vengano a dire che è gestito dai Gruppi Operativi Mobili (i gruppi specializzati della Polizia penitenziaria, ndr). Ci sono anche amministrativi, educatori, psicologi, psichiatri. Se il carcere di Uta ha 860 detenuti e un solo psichiatra, capisce che il professionista dovrà scegliere? “Vado dal 41 bis o vado dal detenuto comune?”. Costringono un medico a chiedersi: “Chi curo oggi? Lui o l’altro?”.
Lo Stato sa chiedere scusa?
Sarebbe stato importante che chiedessero scusa a Beniamino, invece non è accaduto. Hanno aperto la porta del carcere e di fatto gli hanno detto: “Adesso arrangiati, sei libero”. Libero? È libera una persona che ha passato 33 anni in gabbia da innocente? La sua testa è dentro il carcere. Gli hanno rubato la vita. Chiedergli scusa era il minimo. Il minimo che si potesse fare.
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