Carlo Acutis, la madre Antonia Salzano: «Il vero miracolo è vivere»
A vent’anni dalla scomparsa di Carlo Acutis, la Cattedrale di Cosenza ha accolto la testimonianza di Antonia Salzano, la madre del giovane santo. A margine dell’evento l’abbiamo intervistata in esclusiva, per ricostruire il volto più intimo di Carlo, la sua fede, la sua quotidianità, il rapporto con gli altri e quel messaggio che continua a parlare con forza alle nuove generazioni.
COSENZA – Non occorrono gesti straordinari per cambiare la propria vita. A volte basta fermarsi, guardare ciò che abbiamo davanti agli occhi e riconoscere che anche il tempo, quello che consumiamo distrattamente ogni giorno, è un dono. È forse questo uno dei messaggi più radicali lasciati da Carlo Acutis, morto nel 2006 a soli 15 anni e diventato un riferimento per milioni di ragazzi in tutto il mondo. Carlo ha vissuto la normalità della sua età: la scuola, gli amici, lo sport, la famiglia, l’interesse per l’informatica. Ma quella normalità era abitata da uno sguardo diverso. Una domanda, soprattutto, attraversava la sua vita: che cosa facciamo del tempo che ci è stato donato?
A vent’anni dalla sua scomparsa, la sua figura continua a interrogare soprattutto le nuove generazioni. Lo ha fatto anche a Cosenza: questa sera, 7 ottobre, la Cattedrale ha accolto un incontro dedicato alla sua testimonianza, seguito dalla celebrazione della Santa Messa. Un appuntamento che ha visto la presenza di diverse figure istituzionali, forze dell’ordine e rappresentanti della Chiesa cosentina, tra cui don Luca Perri e don Enzo Gabrieli.
Una serata segnata da grande entusiasmo e da una straordinaria partecipazione, con la chiesa gremita di fedeli e cittadini accorsi per ascoltare il racconto della vita del giovane santo: la quotidianità, la fede, le passioni e quella capacità, sorprendentemente attuale, di trasformare anche la tecnologia in uno strumento di evangelizzazione. A raccontare Carlo è stata la voce di chi lo ha conosciuto prima ancora che il mondo imparasse a chiamarlo santo: sua madre, Antonia Salzano. A margine dell’evento abbiamo avuto l’opportunità di intervistarla in esclusiva, per entrare nella parte più vera e meno conosciuta della sua storia.
Nel racconto di Antonia Salzano, la santità di Carlo non appare come qualcosa di distante, irraggiungibile o riservato a pochi. Al contrario, nasce dalla capacità di riconoscere la straordinarietà dentro la normalità. «I miracoli sono continui, non ce ne rendiamo conto», racconta. E allora il primo miracolo è quello più semplice e, forse proprio per questo, più difficile da riconoscere: essere vivi. Parole che assumono un significato particolare se pronunciate pensando a un ragazzo che ha avuto a disposizione appena quindici anni di vita. Carlo aveva compreso, secondo il racconto della madre, che il valore dell’esistenza non si misura soltanto nella sua durata, ma nell’intensità con cui viene vissuta e nell’amore che si riesce a donare. Il tempo, allora, diventa una responsabilità.
Signora Salzano, sono trascorsi vent’anni dalla morte di Carlo e oggi lei racconta la sua vita a migliaia di persone. Quando però mette da parte tutto ciò che Carlo è diventato per gli altri e pensa semplicemente a suo figlio, qual è il ricordo personale a cui è più legata?
«Il ricordo che ancora oggi mi colpisce di più sono la sua bontà, la sua generosità, il suo amore per il prossimo. Ma soprattutto l’amore che aveva per Gesù. Era qualcosa di straordinario».
Carlo Acutis è diventato un modello per tantissimi giovani. Ma c’è qualcosa della sua personalità che, a suo parere, è ancora poco conosciuto?
«Ci sono tanti aspetti di Carlo. Come diceva Pirandello, uno, nessuno, centomila. Ognuno conosce un pezzo del puzzle. Attraverso le testimonianze e i racconti delle tante persone che lo hanno conosciuto cerchiamo di far capire la sua interezza. Ma è difficile. Ci sono cose che sfuggono alla possibilità di essere raccontate. Penso, per esempio, alla sua simpatia, alla sua empatia. Come si fa a esprimere a parole l’empatia di una persona? Ci sono tanti aspetti di Carlo che io stessa non riesco a rendere completamente. Le persone, però, possono sperimentarli attraverso la preghiera, attraverso il cuore. Se Carlo si fa sentire nel cuore delle persone, allora lo capiscono, lo percepiscono. Ho visto che succede spesso. E forse questo è il modo migliore per conoscere i santi».
Carlo Acutis sosteneva che «Tutti nasciamo originali, molti moriamo fotocopie». In una società in cui i giovani sono continuamente portati a confrontarsi con gli altri e cercare approvazione, quanto è difficile oggi rimanere fedeli a sé stessi?
«Carlo diceva: non io, ma Dio. Se mettiamo Dio al primo posto, tutto il resto cade. Il problema è che si diventa fotocopia quando non si realizza la santità che Dio domanda a ciascuno di noi. Dio dice: «Siate santi, siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli». E ancora: «Voi siete la luce del mondo e il sale della terra». Questo significa che ognuno di noi è speciale.
Nella società di oggi si tende molto a imitare. L’uomo tende naturalmente a imitare, anche attraverso quello che viene definito il meccanismo dei neuroni specchio. Ma il problema è che i social possono spegnere l’originalità. Si tende a proporre un modello di sé filtrato, che deve corrispondere a determinati canoni. E questo è sbagliato. Ognuno di noi deve essere sé stesso. Il teatro facciamolo fare a qualcun altro. L’originalità sta nell’avere il coraggio di porre sé stessi nella verità».
In questi vent’anni, Carlo è diventato una presenza importante nella vita di tantissime persone. Come ha vissuto, da madre, questo passaggio così grande: vedere suo figlio diventare una figura capace di parlare al cuore di tanti giovani?
«Quella è un’opera di Dio. Noi siamo strumenti di Gesù. Gesù fa tutto. I santi sono strumenti docili, umili, che si mettono nelle mani del Padre e si fanno modellare da Lui. Il santo è colui che capisce che tutto ciò che c’è di bello in lui viene da Dio e ciò che c’è di male viene da sé stesso».
Dal Duomo di Cosenza è arrivato un messaggio rivolto a tutte le generazioni. Se dovesse affidarne uno ai media quale sceglierebbe?
«Dobbiamo massimizzare il tempo per l’eternità. Il tempo è stato creato da Gesù per noi. Dio è fuori dal tempo. Gesù ha assunto il tempo su di sé si è incarnato, ha vissuto 33 anni e ci ha mostrato come glorificare Dio ogni secondo della nostra vita. Carlo diceva che ogni minuto che passa è un minuto in meno che abbiamo per santificarci. Non sciupiamo il tempo che ci viene concesso. Non sappiamo quanto ne avremo a nostra disposizione. Le cose passano: i mobili, i vestiti, le borse si rovinano. Tutto decade. Quel che resta è l’anima… E l’amore che siamo riusciti a donare».
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