Piemonte

“Carlin, un titano che ha fatto la rivoluzione come il Che”: Moni Ovadia ricorda Petrini


“Di lui si potrebbe dire Ecce Homo, tanta era la vastità della sua umanità”. Con queste parole Moni Ovadia descrive Carlo “Carlin” Petrini, l’amico di una vita, il compagno di “merende” e sogni rivoluzionari con cui ha condiviso cinquantacinque anni di risate, utopie e storiche battaglie. Nel ricordo commosso e vibrante di Ovadia, la figura del fondatore di Slow Food ripercorre le tappe di un’esistenza straordinaria, capace di unire la goliardia più sgangherata alla statura morale e sociale dei grandi della terra.

Partiamo dall’inizio. Che uomo era il Carlo Petrini degli esordi, quello che ha conosciuto più di mezzo secolo fa?

“Eravamo in quella straordinaria stagione in cui credevamo fortemente nella possibilità di trasformare il mondo, di ribaltarlo. Lui si dedicava anima e corpo a una radio libera, Radio Bra Onde Rosse – già il nome dice tutto del clima in cui ci muovevamo – ed eravamo letteralmente animati da una passione smisurata per la giustizia sociale e per l’uguaglianza. Ma la cosa che ci capitava più spesso, al di là dell’impegno, era ridere a crepapelle. Carlin e i suoi primi alfieri, Azio Citi e Giovanni Ravinale, erano un’esplosione assoluta di gioia. Declinavano l’impegno politico con un’allegria scanzonata; sapevano irridere tutto, prendevano in giro persino la politica stessa. Per me quel trio rappresentava il paradiso dell’umanità: passione, allegria e il rifiuto totale di quel buonsenso nefasto che troppo spesso impedisce alla vita di esplicarsi”.

Lei ha parlato di Carlin usando l’espressione “Ecce Homo”. Cosa intende?

“In lui convivevano, contemporaneamente, tutti i registri possibili dell’umanità: la maestà, la grandezza, lo humor sottile e la risata grassa, esplosiva. Aveva un che di divino — esagero un po’, lo so, ma sono ebreo e posso permettermelo. Lui parlava e, quasi magicamente, creava: diceva ‘facciamo questo’ e la cosa si faceva. C’era qualcosa di miracoloso in questa sua facoltà. Io che sono notoriamente ateo, credo che Carlin sia nato sotto una speciale congiunzione astrale, una di quelle che purtroppo non si ripeteranno per qualche secolo. Eppure, tutto questo titanismo avveniva nella più totale semplicità, riassunto in una frase che gli aveva insegnato la mamma e che ripeteva sempre: Poco è poco, niente è troppo poco. Era il semino del suo immenso impegno”.

La vostra generazione sognava la rivoluzione. Molti si sono arresi, e Petrini?

“Quelli della mia generazione l’hanno sognata, Carlin l’ha fatta davvero. Ha unito l’essere umano al cibo, facendo capire al mondo che l’atto di nutrirsi è un atto rivoluzionario in sé. Ha unito il cibo a coloro che lo producono e che mantengono un legame benedetto con la terra, contrapponendosi agli speculatori che fanno del nutrimento una mera ragione di profitto, avvelenandolo. È stato un patriarca che ha fondato una via per indicare un cammino di redenzione dalle brutture e dalle violenze del mondo. Quando penso ai presunti grandi governanti della Terra, mi viene da fare una riflessione: che omuncoli che sono rispetto a questo titano”.

Nel suo ricordo non esita ad accostare Petrini a giganti della storia come Nelson Mandela ed Ernesto Che Guevara…

“Sì, perché Carlin rimarrà nella memoria dell’umanità intera esattamente come sono rimasti Mandela o il Che. È tra i grandi uomini che ci hanno dato speranza, dignità e forza. Ci ha dimostrato concretamente che siamo una sola grande umanità nutrita dalla stessa identica terra, di cui siamo semplicemente custodi e non padroni. Ci ha risarciti di tutta la passione rivoluzionaria che noi non abbiamo saputo esprimere o concretizzare. Ce l’ha fatta per tutti noi”.

C’è un insegnamento strettamente personale che Carlin le ha donato?

“Per scegliere la vita artistica che volevo fare ho dovuto ribellarmi continuamente e subire beffe. Tutti mi dicevano di trovarmi un lavoro serio. Carlin mi ha dimostrato una cosa fondamentale, che per me è stata un faro: che tu puoi essere uno sbandato cazzeggiatore seriale e diventare, allo stesso tempo, uno dei più grandi uomini di questo pianeta. Aveva una bontà profonda e generosa, ma era anche un uomo gagliardo: al principe Carlo d’Inghilterra dava del tu e gli diceva “cum al’è”, nessuno osava farlo. Ma se la intendevano benissimo. Carlin conosceva il rispetto e l’amore, ma non sapeva cosa fosse la deferenza”.

Se dovesse scegliere il ricordo più spassoso di quegli anni insieme?

“Una sera cantavamo ‘Barun Litrun’, uno dei canti popolari del Piemonte raccolti da Costantino Nigra. Eravamo andati nell’Alta Langa a vedere una partita di pallone elastico, il baloon, e avevamo bevuto parecchio. Carlin continuava a ripetere ossessivamente solo l’ultima strofa: ‘O bun Barbet, o bun Cristian’. Poi ha fatto per andare verso la sua Fiat 500, ha aperto la portiera, è caduto sul prato e ha dormito lì, beato, fino al mezzogiorno del giorno dopo. Noi eravamo preoccupatissimi. Ecco, ogni sera si parlava di argomenti cruciali, ma poi arrivava sempre la gioia della battuta e della goliardia”.

Cosa le manca di più adesso?

“Arrivare a Bra e non essere incontrato dal suo sorriso è dura, molto dura. Io credevo che Carlin avrebbe vissuto in eterno. Come ho detto non sono un credente, ma ho discreti rapporti col Padreterno e ho tutta l’intenzione di protestare vivamente con lui per avermi negato la sua presenza (sorride ndr). Mi consola solo un pensiero: sono sicuro che Carlin stia già preparando uno Slow Food anche dall’altra parte. Non ne potremo mica fare a meno quando non ci saremo più”.


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