Friuli Venezia Giulia

Bruxelles bacchetta il governo, ecco il documento


L’Unione europea raccomanda all’Italia di “adoperarsi per eliminare gradualmente i controlli alle frontiere interne”, ma senza fermarsi alle informazioni veicolate senza andare alla fonte, ovvero al documento presentato oggi 2 giugno dalla Commissione europea, ecco che la pagella italiana sul confine italo-sloveno non brilla per efficienza. I puntini sulle i, a dire il vero, Bruxelles li ha messi a tutti i nove paesi che, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre di ormai tre anni fa, avevano deciso la sospensione di Schengen per i seri rischi alla sicurezza pubblica. 

Tradotto, dalle dichiarazioni dei diversi ministri allora, la minaccia terroristica che si sarebbe potuta infiltrare attraverso le rotte migratorie che interessano il sudest europeo andava stanata. E quale soluzione migliore, per la sicurezza di tutta l’Unione europea, quella di reintrodurre i controlli alle frontiere. Così, da quell’autunno del 2023, Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Slovenia e Svezia avevano scelto di sospendere il regime della libera circolazione delle persone. 

I controlli con la Slovenia sono statici

Oggi, con il documento firmato da Magnus Brunner, commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni, la Commissione europea mette nero su bianco una serie di perplessità nei confronti della gestione italiana dei controlli al confine con la Slovenia. Si parte con un primo dato: “In 13 dei 57 valichi di frontiera lungo il confine sloveno, il controllo delle frontiere avviene in modo statico, anziché dinamico” scrive Brunner. La traduzione, per l’opinione pubblica, è che parte dei controlli sono fatti all’italiana. Basta recarsi a un qualsiasi valico di frontiera nella provincia di Trieste per capire che le osservazioni dell’Unione europea non sono frutto di invenzione, bensì di opinioni evidentemente raccolte anche sul campo. 

L’Italia aveva chiesto la proroga della sospensione di Schengen più volte, ma ora Bruxelles intende vederci chiaro soprattutto per poter ripristinare, nel più breve tempo possibile, il regime di libera circolazione. Le motivazioni che avevano spinto Roma a prorogare le misure sono sostanzialmente tre. 

Perché l’Italia ha richiesto le proroghe

La prima è legata al rischio che “i conflitti in corso alimentino flussi migratori illegali che potrebbero essere infiltrati da individui radicalizzati”; la seconda è in relazione alla “permeabilità della rotta balcanica attraverso la quale combattenti stranieri di ritorno da zone di conflitto potrebbero entrare nell’area Schengen, secondo la valutazione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo”. Infine, la terza e ultima sostiene la “forte presenza di reti criminali dedite al traffico di esseri umani al confine italo-sloveno e la necessità di rafforzare le misure preventive e i controlli agli ingressi”. 

I 1000 giorni di Piantedosi sulla rotta: tutto quello che il Viminale non dice

Citando i numeri forniti dalle autorità italiane (per capirci qualcosa di più si può leggere questo approfondimento realizzato da chi scrive), Bruxelles sostiene che Roma abbia fornito informazioni sui vari aspetti delle gravi minacce alla sicurezza interna individuate, ma nonostante la situazione internazionale “possa destare serie preoccupazioni per la sicurezza nazionale degli Stati membri”, la Commissione europea dice che tali notifiche “non forniscono informazioni sufficienti a spiegare in che modo il contesto della sicurezza globale incida specificamente sull’Italia, in particolare al confine con la Slovenia”. 

Giubileo e olimpiadi: “Non sono ancora chiari quali siano stati i rischi”

L’Unione europea, infatti, rincara la dose e puntualizza il fatto che “sebbene il confine terrestre italo-sloveno faccia parte della rotta balcanica, lungo la quale transitano molti migranti illegali, non è ancora chiaro come i rischi associati all’anno del Giubileo universale della Chiesa cattolica o ai Giochi olimpici e paralimpici invernali si concretizzino specificamente al confine italo-sloveno, rispetto ad altri confini interni dell’Italia”. Perché il Viminale, ma in generale le autorità italiane, “non hanno fornito informazioni sulla frequenza con cui tale minaccia si è concretizzata o è stata rilevata nell’ambito della reintroduzione dei controlli alle frontiere interne”. 

Bruxelles parla di “analisi limitata”, “comunicazioni che non indicano ragioni specifiche della scelta della portata geografica e temporale della decisione di reintrodurre i controlli alle frontiere interne” e, ancora, l’assenza totale di spiegazioni sul perché “una durata di sei mesi, anziché un periodo più breve, sembri più appropriata”. Inoltre, nonostante l’accoppiata rotta balcanica-sospensione di Schengen sia stata la carta giocata dal governo Meloni per tutti questi anni, Roma non ha fornito “alcuna spiegazione che distingua le minacce alla migrazione e alla sicurezza a quel confine da minacce analoghe agli altri confini interni dell’Italia, dove una reintroduzione non è stata ritenuta necessaria”. 

Enfasi dei controlli e confini in Fvg: ecco la penna rossa di Bruxelles

A tutto ciò si aggiunge anche un’analisi sugli ingressi. Bruxelles infatti parla di “enfasi dei controlli” posta relativamente “alla sicurezza pubblica e interna”, ma in realtà, dice la Commissione, “il numero di cittadini di paesi terzi irregolari a cui è stato negato l’ingresso sembra indicare che, durante i controlli alle frontiere interne, vengano comunque prese in considerazione anche altre condizioni di ingresso”. Una puntualizzazione che l’Europa conferma citando l’invocazione da parte del governo italiano dell’immigrazione clandestina come motivo per reintrodurre i controlli alle frontiere. Ma anche movimenti definiti “secondari” (ovvero “massicci movimenti non autorizzati di cittadini di paesi terzi” che possano “compromettere il funzionamento generale dello spazio senza controlli”) non si vedono all’orizzonte da diverso tempo. 

L’Europa infatti parla di “forte calo degli attraversamenti illegali anche lungo la rotta dei Balcani occidentali”, con una diminuzione che va avanti ormai da tre anni. Infine la stoccata sui confini della nostra regione. “Mancano informazioni specifiche sull’effetto della reintroduzione dei controlli alle frontiere interne sulle regioni transfrontaliere maggiormente interessate, ovvero le province di Gorizia, Udine e Trieste, anche se tale impatto potrebbe essere limitato”. Insomma, un successone. 

 


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