Cultura

Boards of Canada – Inferno

L’attesa è finita, 13 anni sono un’infinità, un’era rispetto a come la realtà e le connessioni mutano, ma proprio in questa riluttanza ad esporsi alle tremende sconfessioni della memoria sta il segreto dell’appeal del duo scozzese, che da sempre è legato ad un’idea di musica atemporale, predigitale, che non si cura di ciò che li circonda ma che si chiude in un alveo protetto, misterioso e impenetrabile, permettendo tranquillamente di tenere sotto scacco da più di un decennio la pletora dei fan ansiosi di vedere la prossima mossa.

Credit: Peter Iain Campbell

“Inferno” risponde bene ancora una volta a questa esigenza, più di 70 minuti di musica, ripartendo dal magma di “Tomorrow’s harvest” e ripescando spesso il sound un pò metallico di certe cose da “Geoggadi”, specie nella batteria metronica qui molto presente, l’album dilata e comprime contemporaneamente la dimensione dei BoC, in quanto presenta fughe in avanti e una certa implosione nella ripetitività: c’è sicuramente un’estensione che mira il più alto possibile ai temi in sintesi esistenziali/spirituali, merce comune del duo, dal grembo iniziale dell’unità familiare (“Father and son”), la formazione e l’evoluzione, il pensiero mistico quindi che accompagna, le intercettazioni filosofiche, un certo panteismo da terra madre (“Into the magic land”), per poi passare dopo questa fase evolutiva pronti a concepire la dilatazione dello spazio e del tempo (“You Retreat In Time And Space”). Insomma, ci sono più ambizioni suggerite che corrispondono guarda caso ad un maggior uso degli spoken al solito cifrati ma anche del tutto intellegibili, il solito ampio uso dei pattern di synth neo progressive, con intarsi di chitarre a pioggia, una quasi totale assenza di beat che dal primo album in poi ha contraddistinto lo stadio evolutivo più lineare della band.

D’altro canto, musicalmente “Inferno” paga dell’altissima capacità innovativa dei predecessori, la forza premonitrice di quegli album non è presente, diventa un oggetto che pur con un’ineguagliabile forza nel mantenere altissimo il livello della pastura di elettronica psichedelica tout court del brand , non risulta mai veramente impattante sia organicamente, sia analizzando i singoli brani.

Non è una stroncatura, è una constatazione che al quinto album la navicella Boards of Canada è forse tornata fra di noi, non la guardiamo più con della meraviglia a noi sconosciuta, ma come un rarissimo esemplare che finalmente è tornato a casa. Ecco, semplicemente avremmo voluto un pò meno di immenso mestiere e un pò più di nuova magia, ma forse è pretendere troppo; certo è che è come se ad un certo punto l’album scorresse un pò per conto suo specie nella parte centrale, incurante della sua contestualizzazione, come se appunto ed è forse qui il punto dell’operazione, il senso espansivo del messaggio travalicasse e trascinasse l’aspetto musicale, senza la necessaria cura, la profondità e anche la potenza dentro la misura, che ci si aspettava dai BoC, ma teniamoceli stretti ancora una volta.


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