Stefano Nazzi: «La notte non ho incubi. Non mi interessa trovare un colpevole, mi interessa capire le persone. Per Garlasco c’è il team Stasi e il team Sempio. Io non sto con nessuno»
«Mi piace moltissimo raccontare le storie che riguardano la vita, le cose che succedono alle persone, nelle comunità, cercare di capirle». Stefano Nazzi è il volto, la voce e la penna del crime italiano. Podcaster, giornalista e scrittore sembra incarnare il filone del giallo anche con la docuserie Nazzi Racconta: Desirée Piovanelli disponibile su Sky Crime, su Sky Documentaries, in streaming solo su NOW e disponibile on demand. Agli Sky Inclusion Days, di cui è ospite viene da chiedergli se riesce mai a evadere dal crime. «Non sono uno che è ossessivo da quel punto di vista. Tante volte mi chiedono: “Ma poi la notte hai gli incubi?” No, io riesco molto a contestualizzare, a vivere normalissimamente la mia vita. So che queste cose accadono, so che vanno contestualizzate. Ho altre cose che mi interessano».
Legge e vede altro?
«Non ascolto Podcast Crime, per esempio. Ascolto e guardo Tintoria, De Core Podcast. Se mi mettessi ad ascoltare Podcast Crime sarei un pazzo. Mi occupo con passione di queste tema, cercando di farlo nella migliore maniera possibile. Però poi ho altri interessi. Sono tifoso dell’Inter. Guardo chi fa stand up comedy come Luca Ravenna. Mi interessa moltissimo anche la storia. Guardo i canali National Geographic e History Channel, non sono monotematico.
Occuparsi del crime nella miglior maniera possibile, fa pensare che non ce ne occupiamo in maniera corretta.
«Io non credo che ci sia un errore da parte del singolo giornalista, ma neanche del singolo direttore. È un meccanismo che oramai si è innescato. Il fenomeno che, secondo me, è più rilevante adesso è che addirittura l’informazione più tradizionale, che dovrebbe essere più sobria, più distaccata, più equilibrata, insegue ossessivamente ciò che succede nei social e sul web. Per cui diventa tutto quasi un circolo vizioso in cui non capisci più le distinzioni. È come se tutti si fossero adagiati al fatto che il pubblico, soprattutto televisivo, voglia esclusivamente quella cosa lì, voglia esclusivamente essere parte di un processo, essere parte quasi a volte di un’inquisizione. E non ci sia neanche un pubblico che voglia cercare di capire i fenomeni piuttosto che chi sia il colpevole quando ancora non si può sapere. La televisione soprattutto si è adagiata su questo».
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