Blitz antimafia a Catania e Siracusa: 25 arresti e beni sequestrati per 5 milioni e mezzo
Dalle prime ore della mattina, nell’ambito di attività d’indagine coordinata dalla Procura Distrettuale della Repubblica di Catania, i carabinieri del comando provinciale di Siracusa e i finanzieri del comando provinciale di Catania e del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata di Roma stanno dando esecuzione – nelle province di Catania e Siracusa – a un’ordinanza del gip presso il Tribunale etneo con cui sono state disposte misure cautelari personali nei confronti di 25 persone, ritenute gravemente indiziate, a vario titolo e in concorso, dei reati di associazione a delinquere di tipo mafioso, illecita detenzione di armi da guerra e comuni da sparo, percosse, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, riciclaggio, rapina, traffico organizzato di sostanze stupefacenti e spaccio, reati con l’aggravante, per taluni indagati, dell’agevolazione mafiosa.
Contestualmente è in corso di esecuzione un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca di complessi aziendali, quote societarie, beni immobili e mobili registrati nonchè disponibilità finanziarie per un controvalore stimato complessivo di circa 5,5 milioni di euro.
C’era chi pagava il pizzo da 40 anni
Estorsioni in piedi da 40 anni e una lezione di mafia a un bambino di 5-6 anni a cui viene messa una pistola in mano dicendogli che quello era il suo futuro lavoro. E’ quanto emerge dall’inchiesta antimafia della Dda di Catania su indagini di guardia di finanza del capoluogo etneo e carabinieri del comando provinciale di Siracusa.
«È molto grave – ha detto il procuratore Francesco Curcio – che le estorsioni, che sono abusi e angherie, non vengano denunciate immediatamente. Gli imprenditori si devono convincere che lo Stato è sempre al loro fianco e che viene garantita la protezione a chi denuncia. Ma bisogna denunciare, anche perché se non lo si fa, se si è conniventi con questo sistema, sia pure subendo l’intimidazione, sono previste delle misure di prevenzione che possono arrecare ulteriori danni alle imprese. Quindi – ha aggiunto Curcio – io chiedo a tutti gli imprenditori di prendere coscienza e di ribellarsi a questo sistema e assicuro che il mio ufficio e le forze di polizia garantiranno la massima protezione. a chi metterà fine a questa forma di tassazione parallela del tutto indebita fatta dalla mafia. Anche perché – ha sottolineato il procuratore di Catania – purtroppo sono emersi casi di soggetti che pagavano 40 anni fa e che adesso abbiamo scoperto continuano a pagare. È una cosa veramente incredibile…».
La pistola in mano a un bambino
Sull’uso della armi il procuratore Curcio ha rivelato che anche dalle indagini è emerso che «si è arrivati addirittura a mettere nelle mani di un piccolo bambino di 5-6 anni un’arma dicendogli che quello sarebbe stato il suo strumento di lavoro».
Colpiti esponenti di rango di Cosa nostra
L’operazione antimafia della Dda di Catania ha «colpito anche esponenti di rango» delle organizzazioni criminali e «questa esperienza ci restituisce l’immagine di una Cosa Nostra, di una mafia capace di tornare sul campo, di continuare le attività e addirittura di avere un controllo economico importante di molte attività». Lo ha detto il procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, a margine dell’inchiesta, su indagini della guardia di finanza etnea e dei carabinieri di Siracusa, che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza cautelare nei confronti di 25 indagati.
La tecnica dei clan era quella di imporre «una sorta di tassazione alle imprese» che, ha spiegato il magistrato, erano «costrette a pagare per ogni servizio reso una quota degli utili». Questo, ha aggiunto Ardita, «ovviamente rappresenta una forma assolutamente di resa quasi ufficiale, fatturata dalle associazioni» con prezzi fuori dal mercato.
«C’è anche un livello superiore – ha sottolineato il procuratore aggiunto di Catania – con la mafia che si fa impresa col riciclaggio. E’ una fase successiva, quando si accumulano moltissimi strumenti economici, che sono poi riversati nell’economia e abbiamo anche il fenomeno delle intestazioni fittizie delle attività che sono svolte per conto di mafiosi da persone che sono prettamente pubbliche, non soltanto imprenditori del luogo, ma anche di alcuni che arrivavano da fuori».
Su questi fenomeni, ha osservato Ardita, «c’è stata una evoluzione che li porta a essere comunque meno visibili» che «hanno determinato appunto la copertura di questa attività, la non emersione».
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