Beth Cameron – The World. Oh No.
Debutto solista per Beth Cameron musicista di Nashville che dal 2006 ad oggi ha incuriosito, affascinato, impaurito, stupito con i suoi tanti progetti (Fair Verona, Forget Cassettes, Eliza the Arrow, Black Bra) i suoi mille cambiamenti estetici, sonori. “The World. Oh No.” celebra e ricostruisce vent’anni vissuti pericolosamente e senza freni.

Uno dei dischi più complessi di una carriera passata ad esplorare e sperimentare, registrato e masterizzato da Roger Moutenot (Yo La Tengo, Sleater-Kinney, Lou Reed) vede Beth Cameron tornare a collaborare col marito e fotografo Miles Price circondandosi degli strumenti più vari oltre che della fidata chitarra SG.
Piano, sintetizzatori Lyra 8, organo, Wurlitzer, Hammond, vibrafono, violoncello, la batteria affidata a Tyler Coppage e John Westberry formano solide basi per racconti drammatici e dolorosi, sofferenza sottolineata dalla voce di Beth fin dalle prime parole e note di “Something in the Offing” ispirate dalla POTS iperadrenergica o hyperPOTS malattia neurologica di cui soffre (“Here you go again / Pulling me under the water / When I want to live / Fighting my way to the surface“).
Melodie rabbiose quelle di “Lemonsqueezer” in cui anche l’odio per uomini prepotenti diventa musa e ispirazione e della catartica “Constant Companion”, di “Chocolate Cake” (“Everyone’s immune Until it infects you“) e di una martellante, sincopata “Sympathetic Symphony”. Il singolo “HeLa” è centro e cuore pulsante di un disco fatto di contrasti netti, taglienti come dimostra la vulnerabile, soffusa “Motherland” poco dopo.
Sofferenza che giunge al culmine in “RIP, OP”, la rabbia torna a scorrere libera in “Everyone is Someone’s Collateral Damage” stemperata dalle melodie di “One Blood“, dal minimalismo di “FLSD”, dalle armonie di “I’m Resting” in canzoni che sanno guardare dentro l’abisso con coraggio.
Non ha certo bisogno di paragoni Beth Cameron ma i cambi di ritmo e l’indole avventurosa di “The World. Oh No.” fanno pensare a PJ Harvey, Chelsea Wolfe e St. Vincent. Cameron realizza un disco intenso, forse il più personale in vent’anni di musica, che cita “The World” del poeta William Bronk per raccontare le malattie croniche di ieri e di oggi.
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