Bloc Party – Anatomy of a Brief Romance
Correva l’inverno del 2005, quando i Bloc Party licenziarono uno dei migliori dischi di quella decade e sicuramente uno di quei lavori di cui si sarebbe parlato molto negli anni successivi, “Silent Alarm“. Oltretutto è invecchiato benissimo: fa sicuramente parte di quella categoria di album significativi che ancora oggi genera sussulti non appena viene celebrato o riproposto live, in virtù di una ritrovata verve indie-rock, ma soprattutto di ottime canzoni e una riot giovanile sugli scudi, oltre ad una vocalità, quella di Kele, di altissimo livello. Tutti gli ingredienti per un asso pigliatutto e per un progetto da future lodi.
Cronache alla mano, il successore “Weekend in the city” soddisfò solo parzialmente le attese, probabilmente il confronto era pure impietoso, ma comunque annoverava discreti episodi da ricordare con piacere. Quindi, da lì in poi, a mio modesto parere, il nulla assoluto, una crisi artistica irreversibile, niente più all’altezza dell’appena citato primo periodo: al di là di un approccio magari rinnovato, cercando nuove soluzioni per non ripetersi, parliamo proprio di una scrittura andata ad eclissarsi, lontana anni luce da quei primi episodi. Misteri forse?

Esce in questi giorni “Anatomy Of A Brief Romance”, il settimo lavoro in cassaforte.
Mi ripeterò, ma si può sottolineare che la formula o il genere che dir si voglia o, per fare i quelli tecnici, la produzione, non erano il punto centrale del problema della pochezza di certe pubblicazioni, semplicemente, per farla facile, è che sedendosi sul divano, imbracciando una chitarra, a Kele non venissero più, banalmente parlando, le melodie che tanto gli hanno cambiato la vita in meglio. Il succo del discorso è solo quello.
Acqua passata? Potrebbe essere.
Una piccola fiche sulla rinascita del nostro eroe ce la potrei anche mettere, e, visto il pregresso, già per la doppietta iniziale, ci sarebbe da stropicciarsi gli occhi o le orecchie. “22.01.22″ e “Coming On Strong”, ballad sintetica la prima e canzone da marchio di fabbrica la seconda, quasi piccoli miracoli musicali in successione, insperati per altro. Qualcosa da skippare c’è, ca van sans dire, ma con “Lagoon Blue” si torna sulla retta via, forse apice del filotto. Mi fermo con l’abituale lista della spesa, ma ci sono diversi tasselli interessanti.
Il suono è buono, si spazia nella loro comfort zone “a maglia larga” maturata negli anni: quindi ci sono le chitarre, c’è l’elettronica, c’è il drumming forsennato che li ha caratterizzati, ci sono diversi “BPM” presi in considerazione, c’è trasversalità, ci sono i ritornelli che funzionano.
Aspettarsi il capolavoro (da uno che avrebbe potuto benissimo anche smettere visto i risultati, come direbbe qualcuno, agghiaccianti) era giustamente improbabile, quindi un secondo “Silent Alarm” non era prevedibile neanche nei migliori sogni psichedelici…ma un buon disco nel 2026? Beh, ci siamo.
Kele (so che ci leggi!), ti aspettiamo in concerto anche in Italia!
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