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Assenze strategiche a scuola: “Rifanno la verifica alla prima lezione utile, più complessa”,“Se una classe intera si assenta, l’insegnante non ha costruito relazione con gli alunni”

Una sentenza del Tribunale di Modena ha rimesso al centro una questione che, nelle scuole, è tutt’altro che teorica: che cosa può fare un docente quando gli studenti non si presentano a una verifica?

Il giudice ha confermato la sanzione disciplinare a una docente che aveva attribuito un voto gravemente insufficiente ad alunni assenti, motivandolo però con ragioni legate al comportamento e non a una prova effettivamente svolta.

Il principio ribadito è che il voto di profitto non può diventare una punizione. Deve valutare ciò che lo studente sa o non sa, non il fatto che si sia sottratto alla verifica. Ma appena la notizia arriva sui social, la discussione esplode. Perché dietro quella distinzione, apparentemente chiara, molti insegnanti vedono un problema quotidiano: le assenze strategiche, le verifiche evitate, le famiglie che giustificano, il docente lasciato a gestire tutto.

“Capisco il giudice, ma allora che si fa?”

Il primo punto lo centra Giusy, che non nega le ragioni della sentenza, ma pone la domanda che attraversa tutto il dibattito: “Capisco le ragioni del giudice, ma come si fa quando gli alunni eludono regolarmente le verifiche?”. Il problema, dice, è il vicolo cieco in cui molti docenti sentono di trovarsi: se la verifica è programmata, qualcuno si assenta; se è a sorpresa, l’insufficienza viene contestata; se mancano voti, è l’insegnante a rischiare di risultare inadempiente.

Da qui nasce la rabbia di chi legge la decisione come l’ennesimo colpo all’autorevolezza docente. Ilaria parla apertamente di “sistematica delegittimazione” e scrive: “La scuola non può continuare a inghiottire fango come se fosse dovuto”. È una posizione dura, ma non isolata. Mariana vede nel voto dato agli assenti un messaggio educativo: “Insegnare ai figli di non scappare davanti alle responsabilità che ci pone davanti la vita è fondamentale”.

Anche Maila, pur riconoscendo che formalmente la docente non poteva agire così, mette l’accento sull’esasperazione: “Questa scuola dà agli alunni tutti i diritti ma non interviene sui doveri”. Per lei il punto non è soltanto il voto, ma il rischio di confondere comprensione e giustificazione, educazione e indulgenza.

La replica: il voto non è una clava

Dall’altra parte, però, molti commentatori tengono ferma la distinzione che è al centro della sentenza: una cosa è valutare, un’altra è sanzionare. Carla lo dice senza giri di parole: “Non si può mettere una valutazione di profitto mentre lo studente è assente”. Secondo lei, la docente avrebbe dovuto interrogare gli studenti al rientro, anche senza preavviso, visto che gli argomenti erano già stati assegnati.

È lo stesso ragionamento di Enrico, che risponde idealmente a chi difende l’insegnante: “Se lo studente non ha eseguito la prova non puoi mettere un voto. Su quale aspetto puoi dare 3?”. Il voto, insomma, deve appoggiarsi a qualcosa: una prova, un’interrogazione, un elaborato. Se manca tutto questo, manca anche la base della valutazione.

Stefania prova a tenere insieme le due cose: la docente poteva avere ragione nel merito, ma ha sbagliato strumento. “Ha fatto uso errato degli strumenti di valutazione, attribuendo voto di profitto e non di condotta”, osserva. E Cecilia sintetizza ancora più brutalmente: “Avrebbe dovuto mettere sei in condotta/comportamento, non 3 sul nulla”.

L’arte di non farsi incastrare

Il punto, allora, diventa pratico. Come si risponde agli studenti che saltano le verifiche senza finire fuori norma? Qui molti docenti rispondono con una sorta di manuale di sopravvivenza.

Corrado scrive che la docente avrebbe dovuto essere “più scaltra”: “Con superiorità interrogava gli assenti al rientro, oppure assegnava una nuova verifica e se si meritavano un bel 3, a quel punto era anche ben documentato”. Antonella racconta di aver agito proprio così: “Interrogavo gli assenti strategici sugli stessi argomenti della verifica o gliela facevo rifare non appena tornavano. Fenomeno subito rientrato”.

Maria Grazia trasforma la questione in una procedura semplice: prima o poi gli studenti tornano, e a quel punto si verifica. Non sulla prova mancata, ma su una nuova prova. Però, aggiunge, il comportamento scorretto va segnato: “Nota disciplinare grossa come una casa per evidente comportamento scorretto”. In questo modo, sostiene, il docente resta dentro le regole e lo studente capisce che la furbata non passa gratis.

Anche Elena racconta che le assenze di massa capitano: si rifà la verifica alla prima lezione utile, magari diversa e più complessa. Paola sceglie invece una prevenzione morbida ma efficace: “Indico la settimana ma non il giorno”. Chiara usa il registro elettronico: annotazione dell’assenza, poi interrogazione e voto solo quando c’è davvero qualcosa da valutare.

Assenze strategiche: furbizia o mancanza di rispetto?

La discussione si scalda quando entra in gioco la parola “strategia”. Niccolò sostiene che assentarsi a fine anno per evitare una verifica scomoda possa essere una scelta pianificata, perfino intelligente. La frase fa saltare sulla sedia Andrea, che replica: “La strategia non dovrebbe contare, in un processo di apprendimento… stiamo scherzando?”.

Nicola è ancora più deciso: “Adesso giustifichiamoli pure… Secondo me denota solo pavidità e mancato rispetto per l’insegnante e per l’istituzione scolastica”. Il contrasto è interessante, perché mostra due modi opposti di guardare allo stesso gesto: per qualcuno è una mossa furba dentro un sistema aggirabile; per altri è il segnale di un patto educativo rotto.

Gabriella propone una risposta che resta dentro la valutazione, ma non rinuncia alla severità: “Si fa verifica di recupero mooolto più difficile, così magari capiscono che non è il caso di fare i furbi”. Eugenio suggerisce lo stesso approccio: seconda verifica a sorpresa, diversa dalla prima, e in caso di assenze ripetute nota disciplinare o richiamo scritto da far pesare allo scrutinio.

Il nodo delle famiglie e della scuola “che giustifica”

Tra i commenti torna spesso il ruolo dei genitori. Stefano parla di assenze strategiche “sempre più diffuse”, favorite anche dalla collaborazione di alcune famiglie. Michela osserva che il tempo scolastico non è infinito: “Il tempo corre e non si possono continuamente spostare le verifiche”. Poi aggiunge che gli studenti devono assumersi responsabilità anche “per rispetto nei confronti dell’insegnante”.

È qui che la vicenda smette di essere solo una questione tecnica. Per molti, il problema non è il singolo 3 assegnato male, ma il messaggio che passa quando ogni comportamento trova una giustificazione. Sabrina lo dice rispondendo a chi propone procedure impeccabili: saranno anche formalmente corrette, ma nella pratica diventano, a suo giudizio, “la certificazione del fallimento della scuola”.

Eppure proprio chi conosce bene le regole insiste sul fatto che la forma non è un dettaglio. Eugenio lo ammette con una formula classica: “Dura lex sed lex e dobbiamo adeguarci”. Tradotto: si può essere frustrati, si può capire l’irritazione della docente, ma se si sbaglia atto si dà solo spazio a ricorsi, contestazioni e sanzioni.

La via burocratica, che però tutela il docente

Elpidio prova a mettere ordine. Non basta dire che lo studente era assente e quindi punirlo con un voto. Bisogna documentare, offrire recuperi, informare famiglia e consiglio di classe, coinvolgere il dirigente se il comportamento si ripete. Solo così, sostiene, si può dimostrare che la scuola ha dato possibilità reali e che lo studente le ha evitate.

Il suo approccio è meno istintivo, ma più blindato: non punire subito, bensì costruire un percorso che renda chiara la responsabilità dello studente. Anche Francesco ragiona su questo piano e attacca la scarsa dimestichezza di molti docenti con la parte amministrativa del mestiere: “I giudici decidono per problemi di forma”. Poi arriva al punto: “Se non fai una verifica non puoi essere valutato su quella verifica”.

Davide, ancora più critico, sposta la discussione sul rapporto educativo. Se una classe intera si assenta, dice, non è solo il fallimento degli studenti: forse anche il docente non ha costruito una relazione: “Se una classe intera si assenta per la verifica, significa che l’insegnante non ha costruito uno straccio di relazione con gli alunni, limitandosi alla lezione frontale, verifiche e voti, utilizzando la valutazione come clava e non come strumento per misurare i progressi e intervenire sulle difficoltà”. È una posizione che molti contesterebbero, ma che introduce un’altra domanda: quando il boicottaggio diventa collettivo, siamo davanti solo a una furbata o anche a un rapporto didattico ormai deteriorato?

Profitto e condotta: due binari da non confondere

Il punto di equilibrio sembra passare da qui: non usare il voto di profitto come punizione, ma non far finta che l’assenza strategica sia neutra. Alan distingue il caso di chi è presente e rifiuta la verifica da quello di chi è assente. Nel primo caso si può valutare l’impreparazione; nel secondo, invece, il comportamento può incidere sulla condotta o essere documentato come assenteismo.

Francesca propone una gestione preventiva: comunicare che da una certa data ci saranno verifiche continue, sospendere le giustificazioni informali, evitare sovrapposizioni con altre materie e motivare bene allo scrutinio eventuali insufficienze legate alla mancanza di elementi valutativi. Giuseppe guarda invece alla giustizia tra studenti: chi fa tutte le prove non deve sentirsi il “fesso” rispetto a chi ne salta una e se la cava.

Il problema è proprio questo: trovare un modo per non premiare chi evita le verifiche, senza trasformare il voto in una vendetta. Perché la sentenza, piaccia o no, dice esattamente questo: l’insegnante può reagire, ma deve usare lo strumento giusto.

Una sentenza, tante frustrazioni

Alla fine, il caso di Modena ha funzionato come una miccia. Da una parte ci sono docenti e lettori che vedono nella decisione un altro segnale di debolezza della scuola davanti a studenti e famiglie sempre più pronti a contestare. Dall’altra, c’è chi ricorda che proprio il rispetto delle regole protegge l’autorevolezza dell’insegnante, invece di indebolirla.

La sintesi più realistica forse sta nel mezzo: la docente ha sbagliato a mettere un voto di profitto senza prova, ma il fenomeno delle assenze strategiche esiste e non può essere liquidato come un dettaglio. La risposta, nei commenti più concreti, non è “subire”, ma agire meglio: interrogare al rientro, proporre prove diverse, annotare, coinvolgere le famiglie, far pesare i comportamenti scorretti sulla condotta e documentare tutto.

Resta però la domanda di fondo, quella che Giusy aveva posto all’inizio e che continua a rimbalzare tra le righe: “È possibile che gli studenti non debbano assumersi neanche la responsabilità della loro esperienza scolastica?”.


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