Lazio

alla ricerca dell’anima nel mercato delle illusioni

Rental Family, visto ieri sera al cinema Caravaggio insieme agli amici del Cinecircolo romano, è un film americano-giapponese la cui anteprima mondiale è avvenuta il 6 settembre 2025 al Toronto International Film Festival; la sua prima uscita al cinema, negli USA, risale al 21 novembre 2025, mentre nel paese dove è ambientato (il Giappone) ha dovuto attendere il 27 febbraio 2026.

In Italia, però, era già apparso sugli schermi il 19 febbraio 2026, distribuito da The Walt Disney Company Italia con il titolo Rental Family – Nelle vite degli altri. Regia e Sceneggiatura sono firmate da Hikari (pseudonimo della cineasta giapponese Mitsuyo Miyazaki); per quanto concerne gli interpreti, il film mette insieme attori internazionali e celebri volti del cinema giapponese: Brendan Fraser nel ruolo di Phillip Vanderploeg; Takehiro Hira nel ruolo di Shinji Tada (il proprietario dell’agenzia di “famiglie a noleggio“); Akira Emoto nel ruolo dell’anziano Kikuo Hasegawa (un cineasta in pensione e giunto all’estrema fase della vita); la piccola Shannon Mahina Gorman nel ruolo di Mia Kawasaki, forse il personaggio più importante della storia e, infine, Shino Shinozaki nel ruolo di Hitomi Kawasaki, madre di Mia.

La storia che la pellicola ci propone si situa sull’esile confine tra finzione e realtà: essa segue le vicende di Phillip Vanderploeg (interpretato da un bravissimo e umanissimo Brendan Fraser, molto aderente al suo ruolo, anche da un punto di vista fisico), un attore americano che vive a Tokyo in cerca di una svolta professionale e di un proprio scopo nella vita.

Per necessità economiche, egli accetta un lavoro bizzarro presso un’agenzia giapponese di famiglie e compagni a noleggio. L’agenzia, infatti, fornisce attori e attrici che svolgono il compito di interpretare ruoli su misura nella vita di perfetti estranei: amici, mariti, amanti, parenti o persino ospiti per matrimoni e funerali finti, con l’obiettivo di colmare vuoti affettivi o sociali. Rientra nei loro compiti l’obbligo di non farsi coinvolgere emotivamente nei problemi e nella vita sentimentale dei loro clienti.

E, tuttavia, immergendosi nei mondi e nelle vite dei suoi clienti, Phillip, dotato di una acuta sensibilità e di un’incoercibile compassione nei confronti delle umane fragilità, inizia, suo malgrado, ad instaurare legami affettivi reali e profondi. Questo lo porterà a fare i conti con la complessità morale del suo lavoro, a riflettere sulla solitudine che colpisce le persone nelle moderne megalopoli e a riscoprire un senso di appartenenza e autenticità ma, soprattutto, ad agire, a prendersi cura delle sofferenze altrui. 

Nel film, che si sviluppa con un ritmo lento, sottolineato da immagini e sonorità suggestive volte a coinvolgere emotivamente lo spettatore nel sorgere e nel procedere delle complesse relazioni che s’intrecciano tra i vari personaggi, assistiamo ad un’analisi o, per meglio dire, ad una fenomenologia dei sentimenti che si sviluppa attraverso una riflessione profonda sul bisogno di connessione umana in una società dominata dall’isolamento e dai ruoli prefissati. 

Le due relazioni centrali — quella di Phillip con la bambina Mia (a lei presentato dalla madre come il padre sconosciuto che, dopo molti anni, è ritornato per conoscere la bambina, ma che dovrà presto poi lasciarla) – e quella con il vecchio regista, attore e scrittore giapponese Kikuo — rappresentano i due poli emotivi del suo percorso di redenzione, dalla finzione all’autenticità: l’innocenza e il futuro da proteggere da una parte, e la memoria e la dignità artistica da riconciliare con il passato dall’altra.

Il rapporto con la bambina Mia avviene all’insegna dell’innocenza, del gioco e della cura incondizionata; non sarà possibile evitare che nasca un rapporto affettivo, quasi tra padre e figlia, un rapporto che si trasforma rapidamente in un terreno di autenticità emotiva. Per Mia, infatti, Phillip non è un cliente o un attore vincolato da un copione rigido (come invece lo è per la madre), ma una figura rassicurante e paterna con cui condividere momenti di gioco e di vulnerabilità (come le scene in cui partecipano a festival mascherati o attività spensierate).

E anche Phillip, da parte sua, riscopre la capacità di prendersi cura di qualcuno senza secondi fini, colmando quel vuoto esistenziale che lo aveva spinto ai margini nella sua carriera e nella vita personale. E così, tra la bambina e il suo finto padre si viene a creare un legame così puro che rischia costantemente di essere spezzato dalle regole spietate dell’agenzia di “famiglie in affitto“, costringendo il protagonista (e lo spettatore) a interrogarsi su cosa renda “reale” un affetto.

Se con Mia il rapporto guarda al calore del presente e alla leggerezza, la seconda relazione, quella con l’anziano regista e scrittore giapponese si muove sui piani della memoria, del rimpianto e del peso dell’arte. Entrambi condividono la condizione di artisti (o ex tali) che hanno conosciuto il successo e/o che si sentono ormai superati dal tempo e dai cambiamenti della società.

Il vecchio regista incarna la saggezza venata di malinconia e il peso di un’eredità intellettuale che rischia di perdersi nell’oblio. A differenza della vivacità del rapporto con Mia, qui il sentimento si esprime attraverso silenzi, sguardi e un profondo rispetto per la dignità dell’anziano. Diventa, questa seconda relazione, un confronto generazionale e transculturale sul valore della creazione e sulla volontà e possibilità di lasciare un segno prima della fine. Attraverso questo legame, Phillip accetta le proprie fragilità e i propri fallimenti professionali, trovando nel riconoscimento reciproco una forma di pace interiore che supera i confini del proprio ego.

In entrambi i casi, Rental Family utilizza una realtà che tanto paradossale non è, quella cioè delle relazioni mercificate tra le persone, per affermare e ribadire una verità universale: l’amore e l’empatia nascono spesso dove meno ce lo aspetteremmo, persino dentro una bugia organizzata. La trasformazione del protagonista avviene proprio quando smette di “interpretare un ruolo” per gli altri e inizia a vivere sinceramente quei legami, accettando così la propria costitutiva fragilità e necessità di affetto e di cura.

Per concludere, sento il dovere di menzionare il contributo dato alla riuscita, e alla godibilità, del film, dal Direttore della fotografia Takurō Ishizaka (noto per aver curato la fotografia di diverse produzioni giapponesi di grande impatto visivo), e dagli autori delle musiche: Jónsi (frontman della celebre band islandese Sigur Rós) e Alex Somers.

La colonna sonora originale fa ampio uso di sonorità intime, strumenti insoliti (come il vecchio sintetizzatore/campionatore analogico Optigan) e tessiture vocali delicate per riflettere i temi della solitudine e della connessione umana.

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