Cultura

ALBUM: Smashmoth – Inward Eye

Credit: Press

Durante la scrittura e la registrazione di “Inward Eye”, il nuovo album degli Spacemoth, Maryam Qudus era impegnata anche in un progetto molto personale: la digitalizzazione delle vecchie videocassette di famiglia. Con il videoregistratore sempre acceso nel soggiorno, si ritrovava spesso a incrociare immagini della propria infanzia, che la riportavano a quando sperimentava con chitarra ed effetti nella sua cameretta. Quelle immagini sono diventate una sorta di ponte tra il passato e il presente, facendole capire che, in fondo, continua ancora oggi a esplorare la musica con la stessa curiosità di allora.

Negli ultimi anni Qudus ha vissuto un periodo particolarmente intenso. Oltre a essere produttrice e fonica presso i Tiny Telephone Studios di Oakland, dove ha lavorato con artisti come Toro y Moi, Spellling e Frankie and the Witch Fingers, ha portato in tour gli Spacemoth dopo l’uscita del debutto “No Past No Future” (2022), aprendo concerti per band come Tortoise e Speedy Ortiz. Nel 2024 ha inoltre prodotto l’album “News of the Universe” dei La Luz, entrando successivamente a far parte della band dal vivo.

Proprio durante questi lunghi viaggi in furgone è nato gran parte di “Inward Eye”. Seduta sul sedile posteriore con un piccolo sintetizzatore, Qudus ha composto e sviluppato molte delle nuove canzoni osservando il paesaggio scorrere fuori dal finestrino, trasformando il tempo trascorso sulla strada in una fonte di ispirazione creativa.

Il disco racconta un viaggio sia interiore che esteriore attraverso un psychedelic pop cosmico, costruito su ritmi pulsanti, loop e stratificazioni sonore che richiamano i cicli della natura e quelli della memoria. Il titolo, “Inward Eye” (“Occhio interiore”), rappresenta proprio la capacità della mente di conservare ricordi, immaginare e rivivere emozioni, come quei momenti di felicità assoluta vissuti durante l’infanzia o accanto alle persone amate.

Musicalmente, l’album amplia la visione sonora degli Spacemoth, puntando su groove ipnotici e strutture in continua evoluzione. Il brano di apertura, “Do We Exist?”, sintetizza questa filosofia: una costruzione graduale fatta di basso, sintetizzatori, campionamenti e voci che si intrecciano in un flusso ciclico, trasformando l’affermazione “siamo tutti soli in questo mondo” in una domanda esistenziale.

Tra i temi principali del disco emergono anche la difficoltà di mantenere la concentrazione in un mondo dominato dalle distrazioni digitali e l’importanza di vivere pienamente il presente. In “Internet Fantasy”, Qudus riflette sul rapporto con Internet e sulla tendenza a vivere costantemente nelle vite degli altri, mentre “North Star” è una canzone d’amore dedicata ai legami che resistono al tempo e alla distanza. “Flower Memory”, invece, nasce direttamente dall’atmosfera evocata dalle videocassette di famiglia che scorrevano durante la lavorazione dell’album.

Dal punto di vista sonoro, “Inward Eye” si ispira all’intreccio collettivo di gruppi come Can, Tortoise e Stereolab, oltre al rigore minimale di Kraftwerk e Cluster. Pur costruendo brani estremamente ordinati e basati sulla ripetizione, Qudus lascia spazio all’immaginazione dell’ascoltatore, invitandolo a intraprendere un proprio viaggio emotivo. Il messaggio finale è che, anche se il passato si allontana, continua a vivere dentro di noi attraverso la memoria, come un film che continua a scorrere all’infinito nella nostra mente.

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