Aho Ssan – The Sun Turned Black: Un’apocalisse elettronica :: Le Recensioni di OndaRock
Con lo pseudonimo Aho Ssan si presenta il talentuoso sound designer Niamké Désiré, che alla terza prova solista decide di sfruttare gli aspetti più interessanti e primordiali della sua musica.
Esuberante ed eclettico, l’artista parigino di origine ghanese, nelle sue precedenti prove, ha girovagato fra i generi, creolizzando la sua elettronica muscolare e apocalittica prima con l’hip-hop (“Rhizomes”, Other People, 2022) poi con la viola oscura e alchemica di Resina (“Ego Death”, Subtext 2025); e pure incendiando l’ambient iper-stratificata di KMRU con textures talmente variegate da sembrare partiture dubstep in super slow-motion (il bellissimo “Limen”, Subtext 2022). Un artista dunque abituato ad accordare i suoi strumenti alla tonalità del ciclone, a orchestrare le furie sonore trasfigurandole in maestosi ritratti della catastrofe.
Questo “The Sun Turned Black” accentua la vena apocalittica e spinge sulle possibilità materiche del suono. Ispirato da un viaggio in Ghana alla scoperta degli eoni precambriani, ingloba una commissione per l’Hyper Weekend Festival (“100 Sun” inserito spezzato in quattro parti) e la arricchisce di tre brani (“Sunrise”, “The Children Of Noise” e “The Sun Turned Black”) per approfondire e delineare una poetica dell’instabilità. Attraverso la maestosa capacità fondativa della distruzione, Aho Ssan scava nella parte più oscura dell’Io e ne estrae una musica innervata da un’energia adamitica e impetuosa.
Questa sua perfezionata cifra stilistica si presenta come un imbizzarrito wall of sound di glitch e interferenze elettroniche dal volume meteoropatico, fatto di strappi improvvisi seguiti da lunghe e dilatate discese; simulacro di una natura stravolta, l’intero comparto sonoro sembra respirare, enfiarsi a cataclisma, caricarsi di fulmini e tuoni, ribollire e liberare la sua furia cieca in feedback tarantolati che poi, stremati, glissano in un mare placido e incandescente, increspato appena dalle caduche armonie di synth pacificati e dal malinconico violino di ASIA, che risuona in ambienti sfiniti.
Un suono così costruito riesce a raggiungere spazi e regioni dell’animo umano che si connettono direttamente alla coscienza Alaya – il residuo esistenziale arcano alla base di ogni reincarnazione – e innesca, in quella parte più remota del sé, tumulti violenti e intellegibili. È il celeberrimo abisso nel quale si guarda e che rimanda lo sguardo, e nella cui impenetrabile oscurità canta, in una lingua sconosciuta, un presagio di eterne distruzioni e ricostruzioni.
È l’album della maturità per Aho Ssan, che attraverso un lavoro ricchissimo e coinvolto trova la sua migliore prova, un intenso bombardamento tardivo che rivolta l’uomo alla ricerca dell’archetipo, sfasciando i suoi interrogativi più terrificanti e impronunciabili per indurre quella catarsi che nasce soltanto dall’innato bisogno di annichilimento.
03/07/2026
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