Ahmed Yousef: “Hamas è pronta alla non violenza, ma servono garanzie”
Il disarmo, le elezioni, i due Stati, la lotta armata. La guerra di Gaza impone scelte ad Hamas. Ahmed Yousef è un termometro delle discussioni interne al movimento armato palestinese. Veterano del gruppo, fu consigliere dell’ex premier Haniyeh, ucciso dagli americani a Teheran, e per lungo tempo è stato un ponte con gli Stati Uniti. Non ne è più parte attiva, ma la sua tenda a Khan Younis è diventata una sorta di agorà, ci passano tutti, compresi i dirigenti del gruppo.
Hamas è ancora impegnata nell’accordo per il disarmo?
«Ai negoziati del Cairo c’erano Kushner, Blair, e tutti sanno che il problema non è Hamas, è Netanyahu che continua a non accettare questo o quello. Sta lottando per la sua sopravvivenza politica e sa che se firmasse qualcosa e il ciclo di uccisioni finisse perderebbe la sua posizione e finirebbe in prigione. Ecco perché cerca di provocare scontri con tutti i suoi vicini. Se non ci sarà una seria pressione da parte di Trump, potrebbe continuare così fino alle elezioni di ottobre».
Hamas però vuole dismettere le armi ma non distruggerle.
«Il movimento non crede più nella violenza e vorrebbe seguire il processo politico con un approccio non violento, come hanno fatto altri Paesi prima di noi: l’Irlanda, il Sudafrica. Ma servono garanzie dagli americani e dalla comunità internazionale che Israele rispetti i patti. Anche contro i collaboratori armati dagli israeliani che continuano a uccidere gli sfollati qui a Khan Younis e Deir el-Balah. Abbiamo bisogno di una forza di polizia internazionale a Gaza. Hamas non si oppone alla presenza di un generale americano a Gaza, incaricato di coordinarla».
Il movimento vuole l’amnistia per i suoi comandi militari?
«La maggior parte dei leader sono stati assassinati. Ci sono ancora uomini delle Brigate al Qassam, ma non sono più armati, né credono più nella lotta armata. Almeno per 10, 15 anni. Forse, in futuro, troveremo un modo per raggiungere una soluzione pacifica al conflitto».


Significa che Hamas è pronta a smantellare le Brigate al-Qassam?
«Negli anni ‘50, la maggior parte dei palestinesi possedeva armi per autodifesa. Mio padre era uno di loro. Io ero giovane a quell’epoca. Quando gli egiziani entrarono a Gaza e si assunsero la responsabilità dell’ordine pubblico la popolazione si arrese. Abbiamo bisogno che ci sia legge e ordine, che non ci siano rappresaglie. Se ci sarà un’Autorità palestinese consegneremo le armi a loro, o alla comunità internazionale. Il punto fondamentale sono la stabilità e la sicurezza che determineranno il disarmo di Hamas. Ma gli israeliani insistono su strumenti e condizioni umilianti».
Vi fidate della mediazione americana?
«Quando i vietnamiti negoziavano con le ambasciate Usa non si fidavano di loro, ma di ciò che era scritto sulla carta. In Irlanda ci sono voluti sette anni per completare il processo di decommissioning. A ottobre scopriremo la realtà: se Netanyahu non sarà più alla guida della politica israeliana allora ci sarà un’altra possibilità di una soluzione pacifica».
Hamas ha perso la guerra?
«Alcuni sostengono che no, che c’è stato un cambiamento politico nell’opinione pubblica mondiale riguardo alla Palestina. Netanyahu è isolato. Anche l’opinione pubblica americana non sta più con Israele. Per me abbiamo vinto una battaglia, ma abbiamo perso la guerra. Gaza è distrutta per più dell’85%».
Hamas parteciperà alle elezioni in coalizione con l’ex nemico Mohammed Dahlan?
«Si sta discutendo della possibilità di fare una lista unitaria. Hamas lo sa, Dahlan lo sa: ideologicamente sono diversi, ma per sconfiggere Abu Mazen devono collaborare».
Le regole per partecipare sono chiare: abbandono della lotta armata, riconoscimento degli accordi di Oslo. Hamas è pronta?
«Arafat firmò quegli accordi e gli israeliani li hanno smantellati cercando di rendere impossibile uno Stato palestinese. Possiamo essere d’accordo con Oslo o no, ma conta la realtà sul terreno. I palestinesi continueranno la loro battaglia contro l’occupazione».
I due Stati sono ancora possibili?
«La Cisgiordania oggi è come il formaggio svizzero, piena di buchi. Forse con la prossima generazione di israeliani sarà possibile».
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