Economia

Agli Usa il petrolio venezuelano per scalzare Pechino e Mosca

NEW YORK – La domanda chiave da porsi «è molto semplice: vogliamo che la Russia e le aziende cinesi controllino la ricchezza di un Paese nel nostro emisfero, oppure che lo facciano gli Stati Uniti, in combinazione e in partnership col popolo venezuelano?». È stato molto diretto l’alto funzionario dell’amministrazione Trump che ieri ha spiegato così la logica dell’accordo appena concluso con Caracas per lo sfruttamento delle sue riserve di petrolio, durante un briefing di background con i giornalisti.

Certo, mettere le mani su 65 miliardi di barili è importante dal punto di vista economico e della sicurezza energetica futura, mentre la crisi di Hormuz ieri ha spinto di nuovo le quotazioni del Brent e del Wti sopra i 90 dollari. Ma secondo Washington può aiutare anche la transizione democratica del Paese ancora governato da quanto resta del regime chavista. La prima motivazione dell’accordo però era geopolitica: estromettere Pechino e Mosca dall’America Latina, magari danneggiando anche Cuba, nella speranza di provocare a breve il cambio di regime pure a L’Avana.

Il piano di Trump

Il piano dell’amministrazione Trump, secondo quanto ha chiarito la stessa Casa Bianca, si basa su una società privata chiamata North American Blue Energy Partners, gestita dal manager venezuelano Alejandro Betancourt. In base all’accordo, il governo di Caracas ha dato concessioni di 100 anni a Nabep per trivellare in 17 giacimenti petroliferi. Di questi, 5 erano già gestiti da compagnie cinesi e uno dai russi. Pechino in cambio riceveva petrolio al prezzo scontatissimo di 21 dollari al barile, mentre Mosca ci ripagava il credito che ha verso il Venezuela. Questo sistema poi consentiva a Cuba di ricevere gratuitamente greggio per un valore tra 40 e 60 miliardi di dollari. Secondo la Casa Bianca, il Pentagono avrà una quota del 35% nell’azienda, che gli darà il diritto di acquistare il 20% del greggio di Nabep al costo di produzione, più il diritto di prelazione a comprare tutto il resto, in caso di necessità.

L’operazione ha un importante valore economico, confermato dalla riunione che Trump ha avuto ieri con i leader del settore energetico americano, per trovare il modo di frenare l’impennata dei prezzi provocata dalla guerra in Iran. I tempi però non saranno immediati, anche se la fonte ha scommesso che saranno più brevi dei 5 o 10 anni previsti per sfruttare le nuove riserve.

Un colpo a Pechino

La motivazione chiave però è geopolitica, ossia togliere queste risorse a Cina e Russia, penalizzando anche Cuba. I critici accusano l’amministrazione di favorire così la legittimazione e la sopravvivenza del regime chavista, avvertendo che questa mossa potrebbe costare in particolare al segretario di Stato Rubio la possibilità di candidarsi alla Casa Bianca nel 2028, perché i suoi sostenitori cubani e ispanici non gliela perdoneranno.

L’alto funzionario però ha risposto che è vero il contrario, perché prendere il controllo delle risorse venezuelane mette gli Usa in condizione di favorire una transizione duratura verso la democrazia e spingere L’Avana verso il cambio di regime. Può darsi, ma la verità è che al momento questa operazione legittima e consolida Delcy Rodriguez e i chavisti rimasti al potere.


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