Adolescenti e smartphone, Sidoti: “Prima di vietare bisogna educare. Il parental control non sostituisce la relazione”

Educazione digitale prima dei divieti. È la tesi di Massimo Luciano Sidoti, pedagogista e presidente di Exducere.com, che interviene nel dibattito europeo sulla tutela dei minori online.
“La protezione dei minori rappresenta una responsabilità degli adulti, delle istituzioni, delle famiglie e delle piattaforme tecnologiche. Ma un divieto, da solo, non produce automaticamente competenze”, spiega.
Il punto di partenza è la condizione reale degli adolescenti. Lo smartphone non è soltanto uno strumento di intrattenimento e un social network non è semplicemente un luogo virtuale dal quale tenere lontani i ragazzi. Sono parte integrante della loro quotidianità: comunicano, studiano, si informano, costruiscono relazioni, esprimono la propria identità. Da qui la domanda che Sidoti pone agli adulti: “Stiamo insegnando ai nostri ragazzi a utilizzare questi strumenti oppure ci limitiamo a stabilire quando possono utilizzarli?”.
Un adolescente che non ha mai imparato a riconoscere una manipolazione digitale, a proteggere i propri dati, a distinguere un’informazione attendibile da una falsa, a comprendere il funzionamento degli algoritmi non diventa più consapevole perché gli viene impedito l’accesso a una piattaforma. “In assenza di un percorso educativo, il divieto può trasformarsi in una semplice barriera da aggirare”, avverte il pedagogista. Se la tecnologia viene presentata esclusivamente come un pericolo, il rischio è non fornire ai ragazzi gli strumenti per affrontarla quando inevitabilmente entreranno in contatto con essa.
L’educazione digitale, per Sidoti, dovrebbe iniziare prima che emergano i problemi. Non una risposta al cyberbullismo o alla dipendenza da smartphone, ma una vera alfabetizzazione che accompagni la crescita. Agli adolescenti va insegnato che dietro uno schermo esistono conseguenze reali, che un’immagine pubblicata lascia tracce, che un algoritmo non è neutrale rispetto a ciò che mostra, che la popolarità digitale non coincide con il valore personale. “La vera competenza digitale non consiste nel saper utilizzare rapidamente uno smartphone. Consiste nel comprendere quando utilizzarlo, perché utilizzarlo, quali conseguenze può avere una determinata azione e quando è necessario spegnerlo”, aggiunge.
Sul ruolo della famiglia il pedagogista è netto. L’educazione digitale non può essere affidata a interventi occasionali o a singole campagne di sensibilizzazione: dovrebbe entrare stabilmente nella formazione degli adolescenti, collegandosi all’educazione civica, alla cittadinanza, alla relazione con gli altri e allo sviluppo del pensiero critico. Ma i genitori non possono essere lasciati soli. Molti adulti gestiscono una trasformazione tecnologica rapidissima senza aver ricevuto una formazione adeguata. “Dire semplicemente a un genitore di controllare il telefono del figlio non è sufficiente. Occorre costruire una cultura familiare del digitale, fatta di regole condivise, dialogo, responsabilità e presenza educativa”.
Il parental control può essere uno strumento utile, ma non sostituisce la relazione educativa. Il pericolo, secondo Sidoti, è quello di un adolescente tecnicamente protetto ma educativamente impreparato: filtrato, limitato, controllato, eppure incapace di riconoscere una truffa, una manipolazione, una notizia falsa o una dinamica di dipendenza una volta lasciato solo davanti a uno schermo. “In quel caso avremmo protetto l’accesso, ma non educato la persona”. La finalità dell’educazione dovrebbe essere accompagnare progressivamente il minore verso l’autonomia.
Un adolescente non rimarrà per sempre sotto il controllo dei genitori, della scuola o di un sistema di restrizioni. Prima o poi dovrà navigare in rete, gestire una comunicazione, pubblicare un contenuto, affrontare un conflitto online. È in quel momento che emergerà il valore dell’educazione ricevuta. La tutela dei minori, per Sidoti, dovrebbe procedere su più livelli: responsabilità delle piattaforme, regole chiare, strumenti di protezione, controllo degli adulti e soprattutto educazione. “La questione non dovrebbe essere posta soltanto in termini di accesso sì o accesso no. Dovremmo chiederci quale adulto digitale vogliamo contribuire a formare”.
La conclusione del pedagogista ribalta la prospettiva del dibattito in corso. “Prima del divieto viene la conoscenza. Prima del controllo viene la responsabilità. Prima della restrizione viene l’educazione. Proteggere i ragazzi significa anche prepararli al mondo nel quale vivranno. E quel mondo sarà sempre più digitale”. L’obiettivo, per Sidoti, non è crescere una generazione che sappia stare lontana dalla tecnologia, ma una generazione capace di utilizzarla senza esserne utilizzata. “Il vero successo di una politica di tutela dei minori non sarà soltanto impedire a un adolescente di accedere a qualcosa, ma metterlo nelle condizioni di comprendere quando, come e perché scegliere di farlo”.
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