Umbria

«Abuso dei mezzi di correzione su un bambino»: a processo una maestra della scuola materna

Un’insegnante di scuola dell’infanzia è imputata a Perugia con l’accusa di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina ai danni di un bambino. Il processo si è aperto nei giorni scorsi davanti al giudice Giuseppe Narducci. Secondo il capo di imputazione la donna, «in qualità di insegnante della scuola dell’infanzia» ha «abusato dei mezzi di correzione e disciplina nei confronti del minore», all’epoca dei fatti – tra il 2018 e il 2021, quindi anche durante il periodo del Covid – «di età compresa tra i tre e i sei anni». Il pubblico ministero Franco Bettini contesta all’insegnante di averlo costretto «a subire atti di punizione fisica e vessazioni psicologiche, in particolare costringendolo a mettersi in punizione su una sedia, impedendogli di partecipare alle attività del gruppo classe, nonché sculacciandolo e colpendolo con forti schiaffi in più occasioni, sempre per futili motivi legati al comportamento del bambino».

Denuncia Il procedimento è nato dalla denuncia dei genitori del piccolo, che nel luglio 2024 hanno deciso di rivolgersi ai carabinieri. Quindi a più tre anni di distanza rispetto ai fatti contestati. Nel racconto il padre descrive «comportamenti allarmanti» del figlio, segnalati dalle maestre, avvenuti in prima elementare: reazioni di rabbia, episodi in cui il bambino non voleva stare in classe (alle elementari) e momenti in cui usciva dall’aula per andarsene. Hanno riferito che il figlio, una notte, nel 2024, si era svegliato di soprassalto in lacrime chiedendo di poter parlare con la sua ex maestra per sapere perché lo trattava male. Secondo quanto messo a verbale, il bambino raccontava di essere stato preso per i capelli, strattonato, colpito con schiaffi e costretto a sedersi in punizione mentre i compagni lo guardavano. I genitori hanno chiesto che venissero condotti accertamenti per ricostruire quanto accaduto all’interno della scuola, precisando di non puntare ad alcun risarcimento.

Perizia In udienza preliminare il giudice aveva incaricato una psicologa di accertare la capacità del minore di testimoniare e l’attendibilità del suo racconto: nelle conclusioni il perito scrive che il bambino «presenta un tipo di pensiero aderente al reale, logico, con contenuti adeguati e realistici», che «non presenta confabulazioni o sganciamento dal reale» e che «manifesta una buona stabilità delle sue opinioni, ed è capace di proporle all’interlocutore». La psicologa esclude inoltre «aspetti di suggestionabilità o condizionamento». Nel giudizio finale la perita afferma: «Non sono emersi elementi che possano mettere in discussione la credibilità clinica e l’attendibilità della sua narrazione interiore». L’insegnante rivendica la correttezza del proprio operato.

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