A Pastrengo la carica che salvò il re e consegnò i Carabinieri alla storia
Ci sono battaglie che passano alla storia per l’impeto di ordinare un attacco inatteso, distante da ogni piano dello stato maggiore. Come avvenne a Pastrengo, il 30 aprile 1848, quando, nel pieno della Prima guerra d’indipendenza, tre squadroni di Carabinieri a cavallo si lanciarono alla carica delle truppe austriache, spezzandone lo schieramento per proteggere l’incolumità di re Carlo Alberto, cui erano posti a sua scorta. Nacque così una delle pagine più celebri del Risorgimento italiano e dell’onorevole storia dell’Arma dei Carabinieri.
Infiammato dalle Cinque giornate di Milano e dall’insurrezione popolare che mise alla fuga il comandante Radetzky e la sua guarnigione austriaca, re Carlo Alberto, dichiarò guerra all’Austria e si pose al seguito dell’esercito sabaudo che conquistò, in appena un mese, buona parte della Lombardia, giungendo fino ai ponti del Mincio dei quali prese il controllo. Obiettivo delle manovre, che puntavano a porre d’assedio la piazzaforte austriaca di Peschiera, era quello di conquistare le cittadelle di Sandrà e Colà per tagliare le linee di collegamento austriache tra Peschiera e Verona, attraverso la conquista delle posizioni rialzate, le colline di Pastrengo e Bussolengo, controllate dalle truppe del feldmaresciallo Radetzky.
Il re di Savoia Carlo Alberto seguì l’intera operazione, muovendosi da collina a collina con un seguito di 280 Carabinieri a cavallo in tenuta da parata a sua scorta, che, trovandosi sotto il tiro del fuoco nemico che minacciava lo stesso Carlo Alberto, si trovarono protagonisti della celebre carica, la Carica di Pastrengo.
Allo scoppio della guerra contro l’Impero asburgico, il Regno di Sardegna aveva mobilitato 434 Carabinieri a cavallo, organizzati in tre squadroni di guerra e tre mezzi squadroni destinati ai corpi d’armata. I primi costituivano la riserva di cavalleria al diretto servizio del sovrano. Formalmente scorta reale, in realtà uomini pronti a combattere ovunque fosse necessario. I tre squadroni destinati al re erano affidati al maggiore Alessandro Negri di Sanfront. In quei giorni convulsi il loro compito era duplice: mantenere l’ordine in un esercito ancora imperfetto nella mobilitazione e proteggere un sovrano che aveva un’idea molto personale del comando.
Carlo Alberto, infatti, riteneva che fosse dovere di un re mostrarsi tra i soldati, esporsi al fuoco, condividere il rischio. Quando qualcuno gli faceva notare l’imprudenza, rispondeva con sicurezza: “Ho meco uno squadrone di Carabinieri”. Con me ho i Carabinieri.
Il piano di battaglia
Il feldmaresciallo Radetzky, pur ripiegato nel Quadrilatero, non intendeva lasciare l’iniziativa ai piemontesi. A Pastrengo gli austriaci avevano schierato la divisione Wocher con tre brigate: Wohlgemuth, Arciduca Sigismondo e Turn und Taxis. L’obiettivo sabaudo era aggirare la posizione nemica con tre colonne convergenti. La Brigata Piemonte aveva l’obiettivo di salire a Pastrengo da Colà e tagliare verso l’Adige a Sega; la Divisione Duca di Savoia aveva l’ordine di passare da Sandrà e dirigersi a Pastrengo; la Divisione Broglia aveva l’obiettivo di attraversare Palazzolo, dirigersi verso le pendici di Pastrengo e infine portarsi a Bussolengo. Ma la guerra reale raramente segue i piani. L’attacco venne ritardato, il terreno collinare rallentò i movimenti, la brigata Savoia faticò ad avanzare. Al centro dello schieramento la brigata Cuneo rimase bloccata nei pressi del torrente Tione sotto il fuoco dei cacciatori tirolesi. Carlo Alberto, impaziente, si portò in avanti per valutare la situazione e cercare di sbloccare il combattimento. Decise poi di salire sul colle di Valena per osservare meglio il campo di battaglia. Davanti a lui avanzò un drappello di Carabinieri incaricato di verificare la presenza di nemici, che invero erano proprio lì, fucili spianati.
La carica dei Carabinieri
D’improvviso, oltre il crinale, le giubbe bianche austriache esplosero una scarica di fucileria a bruciapelo. Gli austriaci erano lì, a distanza ravvicinata. Il re, esposto e in pericolo immediato, alzò la sciabola, e il maggiore Negri di Sanfront, percepito il pericolo, non esitò un istante. Alla carica, per il re.
Così duecentottanta Carabinieri a cavallo si lanciarono al galoppo contro la collina delle Bionde, risalendo il pendio sotto il fuoco nemico, in uniforme da parata. Una massa scura di uomini, cavalli e sciabole travolse la linea bianca dei fanti schierati dal feldmaresciallo Radetzky. La manovra improvvisa fece cedere lo schieramento e così l’intero fronte, che si spezzò proprio nel punto decisivo. Ciò che nelle guerre ottocentesche contava quasi quanto il fuoco delle armi – il morale – cambiò improvvisamente: i piemontesi scorsero il nemico arretrare e ripresero di slancio, ma senza dare seguito a quell’azione temeraria. Carlo Alberto, soddisfatto dell’impeto della battaglia, disse ai suoi “Pour aujourd’hui, il y en a assez”. Per oggi ne abbiamo avuto abbastanza. La battaglia di Pastrengo era vinta. Ma non verrà vinta la guerra.
Il 30 maggio Carlo Alberto vincerà a Goito e per l’insostenibilità dell’assedio Peschiera, conquistando uno dei capisaldi del famoso Quadrilatere. Gli ufficiali lo saluteranno dicendo “Viva il re d’Italia”, ma è l’ultimo guizzo in una situazione strategica destinata a volgere al peggio. Pastrengo, Goito, Peschiera sono tutte vittorie sul campo che hanno appena scalfito il Quadrilatere. La coalizione italiana non reggerà gli stravolgimenti strategici, e soprattutto politici, che rimanderanno di molti lustri, la cacciata degli austriaci e l’unità d’Italia.
Una gloria tardiva per l’Arma e l’impresa di Pastrengo
La carica entrò subito nella leggenda, ma i riconoscimenti ufficiali furono meno rapidi. Negri di Sanfront e gli ufficiali ricevettero decorazioni per l’intera campagna, non specificamente per quell’azione. Solo il 17 giugno 1909 alla Bandiera dell’Arma dei Carabinieri venne concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare per la carica e il servizio reso a Pastrengo. Eppure il significato storico di quella giornata già allora era ben chiaro. I Carabinieri, nati come forza di polizia militare e di sicurezza interna, avevano dimostrato di poter combattere come e meglio delle unità di linea.
Un simbolo del Risorgimento
Come sappiamo, la battaglia di Pastrengo non fu decisiva per le sorti della guerra. La campagna del 1848 avrebbe preso una piega diversa, conducendo l’esercito piemontese e i suoi Carabinieri a cavallo verso la disfatta di Custoza. Ciò nonostante, quel 30 aprile lasciò un’immagine indelebile nella memoria: uomini in uniforme nera che partono alla carica, feluca stretta sul capo e sciabola sguainata, per difendere il re e rovesciare le sorti di una battaglia.
Per questa ragione la Carica di Pastrengo rimane una delle azioni fondative dell’Italia nelle guerre risorgimentali e viene ricordata e celebrata ogni anno. Non solo un gesto di valore, ma la dimostrazione di come pochi istanti di pura audacia possano sopravvivere alla storia, e di come, sovente, il coraggio decida le sorti di una battaglia, più della strategia.
Source link




