Le imprese italiane affrontano l’incertezza con capacità di adattamento

La capacità di adattarsi a uno scenario sempre meno prevedibile sta diventando un fattore centrale nelle strategie delle imprese italiane. Secondo la nuova edizione dell’EY-Parthenon Bulletin, il progetto editoriale di EY che analizza, su base trimestrale, elementi di Strategy, Transactions e Transformations con cui si confrontano aziende, investitori e istituzioni, le imprese operano oggi in un contesto in cui l’incertezza non rappresenta più una fase transitoria, ma una condizione strutturale, nella quale la capacità di risposta al cambiamento assume un peso crescente nelle scelte strategiche e operative.
L’ultimo aggiornamento dell’EY-Parthenon Ceo Outlook, condotto su 50 ceo italiani, restituisce infatti un sistema di rischi ravvicinati e interdipendenti, senza una minaccia dominante. Tra le principali pressioni attese nei prossimi dodici mesi, il 42% dei ceo indica la volatilità macroeconomica, il 40% l’incertezza normativa o di policy, il 38% le interruzioni del commercio e delle supply chain e il 36% le tensioni geopolitiche, l’instabilità e i conflitti. A questo quadro si aggiunge il costo dell’energia, diventato una delle preoccupazioni più immediate, con le pressioni sui prezzi tornate a intensificarsi dall’inizio di settembre. Per le imprese questo si traduce nella difficoltà di pianificare costi, margini e investimenti.
Marco Daviddi, Managing Partner EY-Parthenon in Italia commenta: “In un contesto in cui l’incertezza è diventata una condizione strutturale, per le imprese prevedere correttamente il futuro conta meno che sviluppare la capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. Le aziende stanno passando da una gestione episodica del rischio a un modello strutturato di adattamento, fondato su solidità operativa, innovazione e cicli decisionali più brevi. I dati mostrano come questo cambiamento sia già in atto: l’82% dei ceo italiani ritiene conclusa l’era delle supply chain globali costruite con l’obiettivo di ottimizzare i costi, a favore di configurazioni più robuste e flessibili, mentre per il 72% la velocità del cambiamento rende ormai sostanzialmente obsoleto il tradizionale approccio alla pianificazione triennale di investimenti e obiettivi. La priorità diventa quindi costruire organizzazioni capaci di reagire, riallocare risorse e prendere decisioni con maggiore rapidità, trasformando la volatilità in opportunità competitiva”.
Anche le operazioni straordinarie si inseriscono in questo processo di ripensamento delle strategie aziendali. Nei primi nove mesi del 2026 sono state annunciate 1.105 operazioni di M&A, in aumento del 15% rispetto alle 958 dello stesso periodo del 2025. Il valore complessivo, quando noto, è pari a 35,6 miliardi di euro (57 miliardi nei primi nove mesi del 2025), con una dimensione media delle operazioni in riduzione. Resta forte la spinta al consolidamento di settore e di filiera, driver strategico di circa il 79% delle operazioni. Il comparto industriale si conferma leader con il 28% delle operazioni (contro il 23% nei primi nove mesi del 2025). Seguono beni di consumo (13%), servizi e tecnologia (12% ciascuno) ed energy & utilities (11%). L’attività M&A delle aziende italiane all’estero resta in linea con l’anno precedente: 235 acquisizioni (239 nello stesso periodo del 2025) per un valore aggregato di circa 19,5 miliardi di euro, concentrate per il 55% in Spagna, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia.
I fondi di Private Equity e infrastrutturali si confermano centrali, con circa 525 operazioni su target italiane (422 nello stesso periodo del 2025). Il controvalore scende invece a circa 13,5 miliardi di euro, rispetto ai 21,4 miliardi dello stesso periodo del 2025. Gli investitori finanziari rappresentano circa il 48% degli acquirenti di aziende italiane, confermando il loro ruolo nei processi di crescita e trasformazione. In questo contesto, acquista peso l’integrazione post-acquisizione, sempre più considerata una leva strategica di creazione del valore secondo il modello Buy & Integrate. Per i fondi, questa evoluzione è particolarmente rilevante: circa il 56% delle operazioni realizzate da fondi di PE in Italia nei primi nove mesi del 2026 è avvenuto tramite società già in portafoglio.
Marco Daviddi, Managing Partner EY-Parthenon in Italia aggiunge: “In questo scenario, le operazioni straordinarie restano uno strumento centrale per accelerare la trasformazione, rafforzare le competenze e ridisegnare il portafoglio: secondo i nostri dati, oltre il 50% dei ceo italiani intende portare avanti attività di M&A nei prossimi dodici mesi. Non si tratta di una risposta automatica all’incertezza, ma di una leva selettiva per sostenere la crescita e rafforzare la posizione competitiva. La trasformazione passa anche dall’intelligenza artificiale, il cui valore resta tuttavia difficile da misurare. Il 60% dei ceo italiani, rispetto al 50% a livello globale, indica l’AI tra i principali contributori ai guadagni di produttività, mentre solo il 16% a livello globale dichiara di avere strumenti che consentano di misurare in maniera efficace costi dell’AI e ritorno degli investimenti. Colmare questo divario richiede di ridisegnare modelli di business e operativi, processi e criteri di allocazione del capitale. Con modelli di AI sempre più diffusi, l’accesso alla tecnologia non basta a garantire un vantaggio competitivo durevole: a fare la differenza sono dati proprietari, competenze distintive, conoscenza settoriale e capacità di trasformare le informazioni in decisioni migliori”.
Fashion, Luxury & Beauty
Dopo oltre un decennio di espansione, il mercato globale del Fashion & Luxury, valutato 1.443 miliardi di euro nel 2025, è atteso pressoché stabile nel 2026. I personal luxury goods, dopo la contrazione a 358 miliardi di euro nel 2025, vedono una probabile ripresa moderata. Il Beauty segue una traiettoria diversa, con skincare, haircare, make-up e fragranze che, secondo le stime EY, continueranno a crescere di circa il 6% l’anno, fino a 767 miliardi di euro nel 2030.
Tra le cause di questa frenata c’è un cambiamento profondo del consumatore. L’EY Luxury Client Index 2026, condotto su 1.631 clienti aspirazionali del lusso in 11 mercati , tra cui l’Italia, mostra clienti più prudenti e selettivi, che oggi valutano prodotto, brand ed esperienza soprattutto in termini di valore e qualità. Il desiderio di lusso non manca, ma deve trovare riscontro nella qualità e nella capacità del brand di mantenere nel tempo una relazione credibile con il cliente: il 75% degli intervistati riacquisterebbe da un brand che offre esperienze esclusive, eppure il 30% non ne ha ricevuta alcuna negli ultimi dodici mesi. Allo stesso tempo, si aprono nuovi modelli di relazione: il 62% degli intervistati acquisterebbe un prodotto certified pre-owned direttamente dalla maison e il 63% prenderebbe in considerazione una subscription luxury.
La trasformazione del settore si riflette anche nell’M&A. In Italia, dopo il picco di 83 operazioni nel 2023, le operazioni nel Fashion, Luxury & Beauty sono scese a 78 nel 2024 e a 69 nel 2025, mentre nei primi nove mesi del 2026 se ne contano 41, contro le 43 dello stesso periodo dell’anno precedente. A cambiare è soprattutto la geografia: le operazioni transfrontaliere salgono al 66% del totale, dal 40% dei primi nove mesi del 2025. La spinta arriva in particolare dalle acquisizioni all’estero da parte di investitori italiani, passate dal 2% al 27%.
Anche la fotografia degli investimenti dei financial sponsor conferma l’interesse per il settore, comparto nel quale la conoscenza dell’industria e la capacità di leggere il potenziale del brand assumono un peso superiore rispetto a una logica puramente finanziaria. EY-Parthenon ha analizzato circa 800 tra fondi, family office e holding e oltre 4.000 portfolio company. Ne emergono circa 370 investitori con partecipazioni nel Fashion & Luxury e nel Beauty & Personal Care, di cui circa 90 attivi su asset italiani. I due comparti rappresentano circa il 13,5% dei portafogli analizzati, con un universo composto prevalentemente da PMI. L’Italia si conferma una meta privilegiata per il capitale estero: è la destinazione per circa il 17% degli investimenti nel Fashion & Luxury realizzati dagli operatori finanziari internazionali analizzati e di circa l’11% di quelli nel Beauty. A rendere il Paese attrattivo sono la forza dei brand del Made in Italy, la qualità del prodotto e, soprattutto, una filiera manifatturiera difficilmente replicabile. I fondi domestici presidiano il lower mid-market e la filiera, accompagnando passaggi generazionali e percorsi di managerializzazione. Gli investitori esteri si concentrano invece su asset di maggiori dimensioni e su brand già strutturati, con potenziale di crescita internazionale.
“Il Fashion & Luxury sta attraversando una ridefinizione delle condizioni di crescita, mentre il Beauty allarga il proprio perimetro dal prodotto al benessere. Questa trasformazione si riflette anche nell’M&A: il mercato si orienta verso un numero più contenuto di deal, ma di maggiore rilevanza industriale e strategica, sostenuti dal consolidamento della filiera e dal ricorso sempre più frequente alle acquisizioni da parte degli operatori italiani per rafforzarsi sui mercati internazionali. Anche la domanda sta cambiando: il desiderio verso il lusso resta elevato, ma se i clienti “prestige” sono più selettivi e cercano relazioni di valore, i clienti aspirazionali mantengono un ruolo strategico nel garantire resilienza dei volumi, desiderabilità del brand e sviluppo futuro del bacino di clientela. Ciò richiede percorsi di engagement ed esperienze dedicate per trasformare l’occasionalità d’acquisto in relazione continuativa, dove l’innovazione tecnologica e l’AI possono favorire lo sviluppo. La priorità diventa, quindi, trasformare la desiderabilità in crescita profittevole e sostenibile, dimostrando valore lungo l’intera filiera produttiva”, commenta Stefano Vittucci, Consumer Products & Health Sector Leader, EY Italia.
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