WeWorld Festival Bologna 2025: guerre, periferie e diritti dal 7 all’11 ottobre
“Il margine non è lontano, è solo fuori dal nostro sguardo”. Guerre dimenticate, periferie italiane, disuguaglianze, crisi climatica, educazione, diritti e nuove generazioni: dal 7 all’11 ottobre torna a Bologna il WeWorld Festival (qui il programma), cinque giorni di cinema, fotografia, incontri, podcast, performance e laboratori per provare a riportare al centro persone e territori che spesso rimangono fuori dal racconto pubblico. Gli appuntamenti, tutti gratuiti, saranno distribuiti in diversi luoghi della città, dal Cinema Lumière al Modernissimo, dal DAS all’Oratorio San Filippo Neri.
È proprio il concetto di margine il filo conduttore della terza edizione. Un confine che non è necessariamente geografico: può trovarsi dall’altra parte del mondo, nei Paesi attraversati da guerre e crisi climatiche, ma anche nelle periferie delle nostre città, ed essere sociale, economico, politico o culturale. L’obiettivo dichiarato del Festival è così rovesciare la prospettiva e mettere al centro le persone prima dei numeri e delle etichette, usando linguaggi diversi: cinema e giornalismo, ma anche letteratura, fotografia e musica.
Tra i nomi che animeranno le cinque giornate ci sono Lidia Ravera, Valerio Nicolosi, Chiara Alessi, Azzurra Rinaldi, Giulia Mei, Giovanni Mori, Francesca Fiore di Mammadimerda, Danilo Bertazzi – il Tonio Cartonio della Melevisione –, Sara Poma, Nadeesha Uyangoda, Sofia Pasotto e Big Fish. Al centro degli incontri ci saranno le crisi dimenticate e i conflitti, la giustizia climatica, la parità di genere, l’educazione e soprattutto la possibilità per le nuove generazioni di immaginare il proprio futuro.
Il cinema resta il cuore del Festival. Corti, medi e lungometraggi provenienti da tutto il mondo concorreranno al Premio Giovanni Lo Porto, dedicato alla memoria del cooperante italiano ucciso nel 2015 durante un’operazione antiterrorismo statunitense al confine tra Afghanistan e Pakistan. Tre le menzioni tematiche: giustizia climatica, parità di genere e diritti umani. A presiedere la giuria sarà il vicedirettore di Sky Tg24 Omar Schillaci, insieme a Emanuela Ceddia, Anna Di Martino e Anita Rivaroli.
La guerra attraversa inevitabilmente una parte importante della programmazione. Giovedì sera l’apertura ufficiale al Modernissimo sarà affidata a Writing Hawa della regista afghana Najiba Noori, presente in sala: attraverso tre generazioni di donne hazara della stessa famiglia, il film segue il percorso di emancipazione di Hawa e della nipote Zahra dalle tradizioni patriarcali. Prima della proiezione, le immagini del reportage A Daily Struggle in Herat, Afghanistan porteranno sullo schermo la vita quotidiana nella città afghana.
Sabato sarà invece proiettato Timestamp, documentario sulle scuole ucraine che continuano a funzionare nonostante la guerra, mentre in anteprima nazionale arriverà House of Hope, storia di Manar, donna palestinese che insieme al marito gestisce una scuola pacifista in Cisgiordania. L’Iran sarà raccontato da Cutting Through Rocks, dedicato alla storia vera di Sara Shahverdi, prima donna eletta consigliera in un villaggio profondamente conservatore del Paese.
Ma i margini attraversano anche le città italiane. Al DAS, dal 7 ottobre, la mostra Dentro le periferie raccoglierà il lavoro di Alex Majoli sulla Barona e il Giambellino a Milano e quelli di Arianna Arcara, Camilla Miliani e Michele Lapini su Cagliari, Aversa e Bologna. L’obiettivo è raccontare questi territori senza ridurli alla cronaca o all’emergenza, mostrando insieme fragilità, relazioni e possibilità. Accanto, Escape The Matrix della fotografa Gaia Squarci porterà il pubblico in Kenya, tra i giovani di Narok, vicino alla riserva del Maasai Mara, alle prese con un mercato del lavoro incapace di tenere il passo con le loro aspirazioni.
Alle disuguaglianze che pesano proprio sulle nuove generazioni è dedicato anche l’incontro di sabato Quanto costa immaginare il futuro?, costruito a partire dalla ricerca di WeWorld Abitare i Margini, che ha raccolto le esperienze di oltre 230 bambine, bambini, ragazze e ragazzi coinvolti nei programmi dell’organizzazione in Italia. Con l’economista Azzurra Rinaldi, Sofia Pasotto e Martina Albini si discuterà di quanto le condizioni economiche e sociali possano restringere aspirazioni e opportunità e rendere sempre più difficile diventare indipendenti.
C’è poi un altro terreno sul quale il Festival prova a mettere in discussione stereotipi e tabù. Venerdì la “Chiacchierata femminista” con Francesca Fiore di Mammadimerda sarà dedicata all’educazione sessuo-affettiva, al consenso e alle relazioni. Domenica Giulia Mei sarà invece tra le protagoniste di un incontro su mestruazioni, stereotipi e diritti, seguito da un laboratorio per immaginare una città “a misura di mestruazioni”.
Uno spazio particolare è riservato anche ai bambini. Sabato Danilo Bertazzi, conosciuto da una generazione come Tonio Cartonio, parteciperà a un incontro rivolto a genitori, insegnanti ed educatori su una domanda diventata sempre più difficile da evitare: come raccontare una guerra a un bambino, quali parole usare e come proteggerlo senza nascondergli la realtà. Nel pomeriggio condurrà Lo zaino dei sogni, laboratorio ispirato alle attività realizzate con i bambini accolti nelle strutture residenziali di Kyiv. Domenica ci sarà invece una vera e propria rassegna stampa per i più piccoli, pensata per avvicinarli alle notizie e all’informazione.
L’idea che tiene insieme il programma è che la distanza non coincida necessariamente con i chilometri. A volte ciò che consideriamo marginale è semplicemente ciò che abbiamo smesso di guardare. E per cinque giorni Bologna proverà a fare il movimento contrario: spostare lo sguardo verso quello che normalmente resta fuori campo.
*Foto di Arianna Biguzzi
Source link




