La Calabria dei trattori e dei tir reclama atti concreti e non slogan
C’è la Calabria “straordinaria” (tanto per usare un aggettivo tanto in voga ai piani alti della Cittadella) e poi c’è la Calabria dei trattori e dei tir fermi. C’è quella raccontata attraverso eventi, festival, comunicazione patinata, e quella testimoniata da chi ha scelto di scendere in strada per denunciare una situazione difficilissima contrassegnata da costi insostenibili e imprese in difficoltà. La crisi è ormai strutturale e interessa l’agricoltura, il settore più nevralgico dell’economia di questa regione. Migliaia di realtà rischiano di finire sul lastrico, stritolate da una congiuntura negativa senza precedenti. E con conseguenze evidenti sulle famiglie costrette a restringere il loro paniere.
Chi ha compiti di responsabilità politica e istituzionale non può limitarsi a definire «sacrosante» le rivendicazioni di agricoltori e autotrasportatori e ad annunciare nuove misure più incisive. L’assessore regionale Gianluca Gallo guida da circa 6 anni il settore e le ultime sue prese di posizione aprono alcuni interrogativi: cosa si è fatto per impedire l’aggravamento di una crisi così profonda? I 15 milioni stanziati ieri dal Consiglio regionale per contrastare il caro carburanti sono certo un primo passo, ma insufficiente per parlare di svolta. Si tratta infatti di una somma nettamente inferiore rispetto al reale fabbisogno per dare respiro a tutti coloro che più di altri stanno pagando il prezzo di una congiuntura negativa senza precedenti.
Soffiare sul fuoco delle proteste e del malcontento può essere la strada più semplice ma al tempo stesso la più pericolosa in una terra come la Calabria, dove la presenza della ’ndrangheta è purtroppo ancora importante e il rischio di infiltrazioni e/o strumentalizzazione della disperazione è reale. È indubbio, tuttavia, come drammaticità del momento imponga responsabilità e serietà a tutti i livelli. E ripropone il tema di una classe politica incapace di mettersi all’ascolto di chi occupa i gradini più bassi del nostro sistema sociale. Promuovere i nostri prodotti, etichettarli come eccellenze, così come hanno fatto Regione e Arsac negli ultimi anni, non equivale a risolvere le criticità di chi lavora tra i campi o si occupa di trasportarli sulle nostre tavole. Una recessione di queste dimensioni richiede provvedimenti non straordinari ma di lungo periodo e concertati con tutti gli attori in campo. Mettersi in ascolto di chi ha scelto di scendere in strada non può essere letto come segnale di un debolezza da parte delle Istituzioni a tutti i livelli, semmai come una prova di aver compreso la gravità del contesto. Ciò che serve adesso sono meno passerelle e più ascolto, qualche riflettore in meno e maggiore confronto lontano dalle luci abbaglianti dei social network. Il tempo per battere un colpo non è ancora scaduto.
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