Economia

Le stime Istat, ecco perché i dati sul Pil si “rivedono” e quasi sempre in meglio

L’autore della nota è Gianmaria Olmastroni

Lo scorso 22 settembre l’Istat ha pubblicato nuove stime dei conti economici nazionali.[1] Anche questa volta, le stime della crescita del Pil al netto dell’inflazione (crescita reale) sono state riviste verso l’alto. Non è una novità: da anni le prime stime Istat sottostimano il Pil, sia in termini di livello che di tasso di crescita. Qui aggiorniamo i dati già mostrati in una precedente nota di un anno fa, focalizzandoci sui tassi di crescita reali.[2]

L’impatto delle revisioni sui tassi di crescita

Il Pil è il valore dei beni e servizi finali prodotti da un Paese in un certo periodo di tempo.[3] La sua stima a livello annuale riflette informazioni da varie fonti disponibili in momenti differenti.[4] È quindi normale che il valore del Pil sia rivisto nel tempo, e ciò avviene a marzo e a settembre di ogni anno. Per esempio, la prima stima del Pil del 2025 è avvenuta a marzo 2026; la seconda a settembre 2026; la terza avverrà a marzo 2027 e così via. Dalla quinta edizione (che nel caso del 2025 sarà a marzo 2028) il dato è formalmente considerato definitivo. Sono comunque possibili ulteriori revisioni, che però sono molto piccole, ad eccezione delle revisioni quinquennali, coordinate a livello europeo e volte a introdurre nuovi metodi di calcolo, descritte nel seguito della nota.

Gli aspetti anomali nelle stime Istat degli ultimi anni sono due:

Le revisioni hanno spesso impatti significativi sui tassi di crescita (Tav. 1). I casi più eclatanti sono il 2021 e il 2022, per cui il tasso di crescita reale è stato rivisto in aumento di oltre un punto percentuale: dal 6,6% iniziale all’8,3% definitivo per il 2021, dal 3,7% al 4,8% per il 2022. Per questi anni la variabilità delle stime potrebbe risentire dell’anomalia del periodo, caratterizzato dall’uscita della crisi Covid. Tuttavia, il problema si presenta per molti anni: per esempio, la crescita del 2024 è ora dell’1,1% invece che dello 0,7% iniziale; in media, per gli anni 2014-2023, il tasso di crescita è aumentato di 0,4 punti percentuali durante le revisioni.[5] Escludendo il 2021-22, la media scende a 0,2 punti percentuali.

Le stime vengono sempre riviste al rialzo, tranne che nel 2020. Se un impatto rilevante delle revisioni può essere dovuto alla scarsità di alcuni dati e all’oggettiva difficoltà di stima, il fatto che le revisioni vadano sempre nella stessa direzione suggerisce che la metodologia utilizzata nelle prime stime sia da rivedere.

Tav. 1: Tasso di crescita reale del Pil in diverse edizioni dei conti nazionali

(variazione percentuale sul Pil dell’anno precedente)

Anno

Prima edizione

Seconda edizione

Terza edizione

Quarta edizione

Quinta edizione

Differenza tra ultimo e primo dato

2014

-0,4

-0,4

-0,3

0,1

0,1

0,5

2015

0,8

0,7

0,8

1,0

1,0

0,2

2016

0,9

0,9

0,9

1,1

1,1

0,2

2017

1,5

1,6

1,6

1,7

1,7

0,2

2018

0,9

0,8

0,8

0,9

0,9

0,1

2019

0,3

0,3

0,3

0,4

0,5

0,2

2020

-8,9

-8,9

-9,0

-9,0

-9,0

-0,1

2021

6,6

6,7

7,0

8,3

8,3

1,7

2022

3,7

3,7

4,0

4,7

4,8

1,1

2023

0,9

0,7

0,7

1,0

0,9

0,0

2024

0,7

0,7

0,8

1,1

0,3

2025

0,5

0,6

0,1

Fonte: elaborazioni OCPI su dati Istat.

La differenza tra le varie revisioni

Nel paragrafo precedente non abbiamo considerato tutte le revisioni del Pil, ma solo le prime cinque avvenute per ogni anno. Ogni cinque anni però i dati dell’intera serie storica del Pil vengono ulteriormente modificati, non per l’emergere di nuove informazioni, ma per cambiamenti nei metodi di calcolo coordinati a livello europeo. Dunque, il dato formalmente definitivo (quello della quinta edizione) viene ulteriormente rivisto, e per queste revisioni appare ragionevole che i dati cambino in modo significativo.

Le ultime revisioni di questo tipo risalgono a settembre 2019 e settembre 2024. Tuttavia, pur non essendo passati cinque anni, anche l’edizione di settembre 2026, l’ultima, ha comportato due aggiustamenti metodologici chiesti da Eurostat a tutti gli Stati membri, che hanno modificato i valori fino al 2010.[6]

La Fig. 1 mostra la differenza tra l’ultimo dato disponibile (quello di settembre 2026) e la prima stima, considerando quindi sia le revisioni ordinarie che i cambiamenti metodologici. L’entità delle revisioni aumenta, ma solo leggermente: l’aumento medio del periodo 2014-2023 è di 0,6 punti percentuali invece che degli 0,4 delle sole revisioni ordinarie.[7] Rimane eclatante il caso del 2021, che dal 6,6% iniziale arriva addirittura al 9,2%, così come il 2022, per cui il salto è dal 3,7% al 4,9%. Escludendo 2021 e 2022, l’aumento medio è di 0,3 punti percentuali invece che degli 0,2 delle sole revisioni ordinarie.

Larga parte delle revisioni in aumento è dunque data dalle revisioni ordinarie, più che dai cambiamenti metodologici. Resta il fatto che anche questi ultimi rivedono il tasso di crescita quasi sempre in aumento e raramente in diminuzione.


[1] Vedi: Istat, “Conti economici nazionali – Anni 2010-2025”, 22 settembre 2026. Dalla nota metodologica di questo documento sono tratte le informazioni sul processo di revisione, mentre i dati provengono dalle singole edizioni dei conti nazionali.

[2] Vedi la nostra precedente nota: “I primi dati Istat sottostimano sistematicamente il Pil”, 9 ottobre 2025.

[3] Tale valore può essere ottenuto attraverso tre approcci. Il primo utilizza informazioni su quanto viene prodotto (lato dell’offerta). Il secondo utilizza informazioni sulla domanda per consumi (di famiglie e Pubblica Amministrazione), investimenti ed esportazioni al netto delle importazioni. Il terzo approccio è quello della distribuzione di quanto viene prodotto (il Pil) tra vari fattori della produzione (tra cui lavoratori e imprese).

[4] Per semplicità ci focalizziamo sulle stime del Pil annuale, tralasciando quelle del Pil trimestrale.

[5] Non consideriamo gli anni successivi al 2023 visto che la quinta edizione non è ancora avvenuta.

[6] Le due novità riguardano la misurazione della produzione di energia elettrica delle famiglie da fonti rinnovabili e delle operazioni di soggetti non residenti tenuti al versamento dell’IVA. Le novità sono rivolte esplicitamente al calcolo del reddito nazionale lordo (il Pil più i redditi netti dall’estero), che fa da base per la determinazione dei contributi degli Stati al bilancio dell’Unione Europea, ma impattano anche sul Pil (vedi pag. 7 dell’ultima edizione dei conti nazionali, citata in nota 1).

[7] Per semplicità abbiamo considerato come revisioni ordinarie tutte le prime cinque stime di ogni anno, ma per alcuni anni una delle prime cinque stime coincide con cambiamenti metodologici: la revisione di settembre 2019 è stata la seconda stima del 2018 e la quarta del 2017; quella di settembre 2024 è stata la seconda stima del 2023 e la quarta del 2022; quella di settembre 2026 è stata la seconda stima del 2025 e la quarta del 2024. Dato che l’Istat nelle revisioni quinquennali non distingue l’effetto dovuto alla revisione ordinaria e al cambiamento metodologico, per gli anni 2017, 2018, 2022, 2023, 2024, 2025 le cinque revisioni iniziali contengono una componente di cambiamenti metodologici. Questo non cambia però le conclusioni: in media, le revisioni ordinarie escludendo gli anni di cui sopra portano a un aumento di 0,5 punti percentuali tra prima stima e quinta edizione, più degli 0,4 ottenuti ignorando la coincidenza tra revisioni ordinarie e quinquennali. Dunque, le revisioni ordinarie sono in aumento anche eliminando gli anni con coincidenze metodologiche.


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