l’estorsione da incubo al Casilino
Un livore covato tra le pareti domestiche per un compenso professionale mai digerito, lievitato nel tempo fino a trasformarsi in una vera e propria morsa estorsiva.
C’è una somma contesa di cinquemila euro all’origine della contorta vicenda giudiziaria ricostruita dagli investigatori della Polizia di Stato ed approdata all’emissione di due ordinanze di custodia cautelare in carcere firmate dal Gip del Tribunale capitolino su richiesta dei magistrati del Dipartimento reati gravi e criminalità diffusa della Procura romana.
Dietro le sbarre sono finiti due romani rispettivamente di 39 e 51 anni, gravemente indiziati in solido dei reati di tentata estorsione aggravata e danneggiamento.
L’ingaggio dell’emissario e il terrore sullo schermo dello smartphone
Gli approfondimenti investigativi curati dagli agenti del VI Distretto Casilino tracciano la genesi della frattura: una somma reclamata dal trentanovenne nei confronti del proprio cognato quale corrispettivo per una passata collaborazione lavorativa. Una pretesa rispedita fermamente al mittente dalla vittima, certa di aver già regolato ogni spettanza economica.
Con il passare delle settimane, l’incomprensione familiare è mutata in ostilità fino a travalicare ogni confine di parentela con l’ingresso in scena di una terza figura, arruolata appositamente con mansioni di esecutore e “riscuotitore”.
È il novembre del 2025 quando l’emissario cinquantunenne si presenta minaccioso alla porta di casa della vittima. Nessun margine di trattativa: la somma pretesa dal cognato va saldata subito, pena pesanti ripercussioni fisiche nei confronti dell’uomo e dei suoi familiari.
Per fugare ogni dubbio sulla regia dell’operazione, l’incaricato avvia uno streaming video dal proprio cellulare aprendo una finestra sul volto del trentanovenne, il quale, dall’altra parte del display, ribadisce le richieste intimidatorie rincarando la dose.
L’assalto con la vettura-ariete, la risposta a colpi di pistola e le fiamme a Borghesiana
Il netto rifiuto della vittima di cedere al ricatto fa salire vertiginosamente la tensione. L’emissario guadagna il posto di guida della propria autovettura, la trasforma in una sorta di ariete improvvisato e si scaglia ad alta velocità contro l’ingresso dell’immobile, radendo al suolo la cancellata nel tentativo di travolgere direttamente l’interlocutore.
A sventare il peggio è la reazione disperata dell’aggredito che, impugnata una pistola regolarmente denunciata, esplode alcuni colpi verso l’alto nel tentativo di guadagnare la fuga dell’aggressore.
L’emissario si dilegua a spron battuto, mentre la vettura usata per l’assalto viene rinvenuta ventiquattrore più tardi completamente carbonizzata tra le vie di Borghesiana, nel chiaro tentativo di distruggere ogni elemento dattiloscopico.
Vocali anonimi e riscontri: la trappola si chiude
L’apparente piano perfetto si è sgretolato sotto i rilievi degli investigatori del Casilino. Decisive si sono rivelate le registrazioni dei messaggi vocali recapitati nei giorni successivi sulla chat della vittima da un’utenza sconosciuta, abbinata dagli inquirenti al cinquantunenne.
Gli accertamenti tecnici sulle celle telefoniche ed i successivi riscontri fotografici hanno permesso di definire la ripartizione delle mansioni criminali: il cognato nel ruolo di ideatore e mandante della spedizione, ed il cinquantunenne in veste di braccio operativo.
Un quadro probatorio solido, interamente recepito dal giudice per le indagini preliminari che ha spalancato le porte del carcere per entrambi.
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