Trump-Xi Jinping a Washington: dazi, Taiwan e conflitti sul tavolo
Il tappeto rosso scelto da Trump per accogliere il presidente cinese Xi Jinping al suo arrivo a Washington è il tema che ha alimentato il dibattito, e le polemiche, negli Stati Uniti negli ultimi giorni. Ma più che per la forma, il bilaterale tra i due grandi della terra, dopo la trasferta di maggio del tycoon a Pechino, è importante non solo per chiudere o potenziare le intese raggiunte nel corso dell’ultimo incontro, che ha fatto emergere le debolezze del presidente Usa, ma per scegliere, se possibile, una posizione comune sui grandi temi internazionali, a partire dalle guerre in Medio Oriente e in Ucraina.
I due leader parleranno innanzitutto di dazi. È ormai chiaro che la guerra commerciale scatenata da Trump all’inizio del suo mandato non solo ha destabilizzato i mercati e le alleanze internazionali, specialmente nel blocco occidentale, ma si è rivelata già nel breve termine insostenibile anche per Washington. Così, sul piatto verrà portata la proroga della tregua concordata quasi un anno fa e in scadenza nel prossimo novembre. Per favorire un rinnovo senza turbolenze e venire incontro alle richieste del presidente americano di diminuire il deficit commerciale, Pechino potrebbe accettare, secondo il New York Times, di aumentare gli acquisti di prodotti agricoli.
Più difficile, invece, trovare una quadra sul tema della sicurezza applicata all’intelligenza artificiale. Nelle scorse settimane i vertici delle principali piattaforme di sviluppo dell’IA hanno lanciato l’allarme, ma nessuna delle potenze coinvolte ha intenzione di frenare la propria corsa tecnologica, lasciando così un vantaggio alle altre. Per questo un’intesa su dei paletti da imporre al settore sembra ben lontana dall’essere raggiunta.
C’è poi il tema dei conflitti. La speranza di Trump, alla disperata ricerca di una via d’uscita soprattutto dalla guerra in Medio Oriente che ha provocato un terremoto finanziario e commerciale di livello mondiale, è quella che la Repubblica Popolare diventi veramente un mediatore per la pace e spinga gli alleati russo e iraniano su posizioni che possano incontrarsi con quelle dei propri avversari. Ma c’è un altro fronte che Pechino ha ribadito essere una “linea rossa” e sul quale pretende che non vi siano interferenze: quello di Taiwan. Secondo Reuters, la richiesta che Xi Jinping porterà sul tavolo in cambio di concessioni sui precedenti temi sarà quella dello stop alla vendita di armi statunitensi a Taipei. L’obiettivo del gigante asiatico, scrive il Wall Street Journal, è quello di portare Trump a esporsi contro l’indipendenza di Taiwan, in linea col principio dell’Unica Cina riconosciuto formalmente anche da Washington. Una possibilità, quest’ultima, di difficile realizzazione. “La sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina non possono essere violati e quattro linee rosse – la questione di Taiwan, la democrazia e i diritti umani, i percorsi e i sistemi di sviluppo e il diritto allo sviluppo – non possono essere messe in discussione”, ha detto l’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Xie Feng, in un’intervista al Quotidiano del Popolo. E le carte in mano a Pechino per convincere Trump ad avvicinarsi alle proprie posizioni sono più di una.
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