Accoltellato da un alunno? Prima la responsabilità, poi l’abbraccio. Il pedagogista: “Comprendere non significa giustificare”

I fatti di cronaca che vedono insegnanti vittime di aggressioni dentro le scuole riaprono il dibattito sul significato della disciplina, sulla responsabilità degli studenti e sul ruolo educativo delle conseguenze.
Sul tema interviene Cristiano Meloni, pedagogista ed educatore impegnato nel contrasto al disagio giovanile, che pone al centro una distinzione: comprendere le ragioni psicologiche, familiari o sociali che possono essere alla base di un comportamento violento non significa cancellarne la gravità o deresponsabilizzare chi lo ha commesso.
“C’è un equivoco educativo che sta diventando pericoloso: pensare che comprendere le cause significhi attenuare automaticamente le responsabilità. Non è così”, afferma.
Per Meloni, di fronte a comportamenti particolarmente gravi, la risposta educativa deve partire dalla consapevolezza dell’errore e dalle sue conseguenze, senza rinunciare successivamente al lavoro sul disagio e sul recupero del ragazzo.
“Possiamo comprendere un ragazzo senza giustificarlo. Possiamo aiutarlo senza deresponsabilizzarlo. Possiamo recuperarlo senza trasformare la vittima in una comparsa”.
“Prima la responsabilità, poi l’abbraccio”
Il pedagogista richiama quindi il valore educativo del limite e della fermezza.
“Educare significa anche porre limiti, significa dire NO. Significa insegnare che ogni scelta produce conseguenze e che, quando fai del male a qualcuno, non basta spiegare perché lo hai fatto: devi assumerti la responsabilità di ciò che hai fatto”.
Secondo Meloni, l’eventuale percorso di recupero deve arrivare insieme alla presa di coscienza delle responsabilità, anche attraverso, quando previsto e appropriato, percorsi riparativi concreti.
Di seguito il testo integrale dell’intervento:
“No. Se un mio alunno mi accoltellasse durante una lezione e mi mandasse in ospedale, l’ultima cosa che vorrei fare nell’immediato sarebbe abbracciarlo.
Vorrei una risposta ferma, vorrei che fosse allontanato dalla scuola e che comprendesse, senza scorciatoie e senza minimizzazioni, la gravità di ciò che ha fatto.
Perché c’è un equivoco educativo che sta diventando pericoloso: pensare che comprendere le cause significhi attenuare automaticamente le responsabilità. Non è così.
Se porti a scuola uno spray al peperoncino, accoltelli un insegnante e filmi tutto per pubblicarlo sui social, non siamo davanti a una semplice “ragazzata”, siamo davanti a un atto di violenza gravissimo che deve avere conseguenze serie, proporzionate e concrete.
Prima la responsabilità, prima le conseguenze, prima, quando previsto e appropriato, un percorso riparativo concreto, anche attraverso attività socialmente utili. Poi si lavora sulle cause, sul disagio, sulla famiglia, sul contesto e su tutto ciò che può aver contribuito a generare quella violenza e dopo potrà arrivare anche l’abbraccio.
Perché l’abbraccio senza consapevolezza rischia di diventare assoluzione e l’educazione non è assoluzione permanente. Educare significa anche porre limiti, significa dire NO. Significa insegnare che ogni scelta produce conseguenze e che, quando fai del male a qualcuno, non basta spiegare perché lo hai fatto: devi assumerti la responsabilità di ciò che hai fatto.
Possiamo comprendere un ragazzo senza giustificarlo. Possiamo aiutarlo senza deresponsabilizzarlo. Possiamo recuperarlo senza trasformare la vittima in una comparsa.
La scuola deve educare, certamente, ma per educare davvero deve avere anche il coraggio della fermezza. Perché una società adulta che ha paura di dire a un ragazzo “hai sbagliato e adesso ne affronti le conseguenze” non lo sta proteggendo. Lo sta educando male”.
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