La fine del mondo e i film da non perdere questa settimana
Il mondo non finirà con uno schianto, ma con un gemito.
Un gemito iniziato milioni di miliardi di anni fa, quando quella che ora chiamiamo vita non era che un conglomerato di energia, una scintilla in un vuoto informe che solo l’astrazione più selvaggia può sfiorare. E seppure noi non sapremmo definire dove, come e perché, sappiamo (crediamo) che in quell’ammasso primitivo l’esistenza si sia brutalmente manifestata. Da lì, da quel punto che era il tutto, in una rovinosa corsa verso la definizione della forma e la dissoluzione della stessa, abbiamo visto (visto?) stelle nascere, crescere ed esplodere fino a diventare giganti o minuscole, pianeti arroventarsi e raggelare, e nuovi respiri dare forma ai detriti spaziali — che diventavano a loro volta aria, acqua, fuoco, terra, vulcani, microbi, muschi.
E poi pesci, i primi e gli ultimi, e uccelli, i più coraggiosi, e insetti, i più misteriosi.
E cavalli, fiori, rocce, alberi, persone.
Abbiamo dato una direzione a tutto col tempo, lo abbiamo misurato come si misura la lunghezza delle unghie, senza tener conto di quanto valga un istante per il filo d’erba, o per la meteora che viaggia tra gli 11,2 e i 72 chilometri al secondo. E dal caos, il tempo ha manifestato l’ordine, e dall’ordine si è generato il disordine.
Non c’è fine a questa corsa, non può esserci fine a questa corsa, perché la fine è già insita nell’inizio.
Non c’è guerra che non sia già stata combattuta, non c’è gioia che non sia già stata assaporata, o dolore che non abbia già devastato le nostre anime incolte, anime incolte e straniate dall’arbitrarietà di un’esistenza le cui regole paiono essere state scritte da imperscrutabili entità primordiali.
Dopotutto, secondo la teogonia greca, la storia del mondo inizia con un atto di violenza.
O meglio, con una serie di violenze.
Si racconta che dal Caos primordiale nacque Gea, la grande madre che definì lo spazio e diede vita per partenogenesi alla Terra sulla quale camminiamo, a Eros, l’amore primordiale, e a Pontos, il flutto marino.
Poiché tutto ciò che Gea generava si manifestava come suo doppio e suo contrario, ella diede vita anche al cielo: Urano. Nelle lunghe notti senza giorno, Urano si distendeva su di lei, schiacciandola e combaciando con ogni sua parte, in una perfetta fusione tra il principio femminile e quello maschile. Da questa unione violenta nacquero i Titani e le altre creature divine. Urano, tuttavia, odiava i propri figli: li considerava imperfetti e alla loro nascita li ricacciava nelle viscere della madre, che ne soffriva terribilmente. Uno di loro, Crono — il tempo —, si ribellò: evirò il padre, liberò i fratelli e le sorelle e si impossessò del potere.
Così Urano si staccò da Gea, dalla terra, e diventò volta celeste. I suoi genitali evirati caddero in mare e, mischiandosi con la spuma delle onde, diedero vita ad Afrodite, la dea dell’amore (la più grande forza alchemica e trasformativa).
Crono invece sposò sua sorella Rea, con la quale generò gli dèi; ma, proprio come suo padre, temeva e odiava i propri figli e, non appena nascevano, li divorava.
Solo Zeus, l’ultimo nato, riuscì a salvarsi grazie a uno stratagemma della madre. Una volta cresciuto, liberò i propri fratelli e sorelle e mosse guerra a Crono e ai Titani, insediandosi infine come sovrano di tutti gli dèi. E da qui in poi, un’altra lunghissima storia di lotte e battaglie tra dèi, Titani, uomini, e creature mortali e immortali di ogni sorta.
Ma cosa importa ora?
Se già dal principio tutta l’esistenza non è stata altro che un avvicendarsi di creazione, distruzione e così via all’infinito, che senso hanno tutti i nostri gemiti? Che senso hanno l’amore, l’arte, il dolore, la gioia, il lavoro, la socialità, il progresso, la vita così come la consideriamo?
È possibile, forse, che la ragione ultima che guida i nostri passi sia la consapevolezza inconscia che tutto questo sia in qualche modo necessario, che l’esistenza si regga su un equilibrio di tante forze contrapposte e, soprattutto, che una fine davvero non esiste?
Perché come scrive Eliot nel poema Four Quartets:
Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine
E finire è dar principio.
La fine è là onde partimmo.
Allora non finiremo, magari ci trasformeremo; la fine del mondo — o presunta tale — arriverà e porterà con sé il cambiamento, la trasformazione alchemica della materia.
Così come le alghe e i fondali marini primordiali oggi sono diventati il petrolio che alimenta i nostri motori — da acqua a fuoco —, chissà che forma nuova assumeremo noi dopo quella che chiamiamo fine.
E se la fine in realtà non esiste, io e te non finiremo mai, mio ipocrita lettore, — mon semblable, — mon frère !
Ma direi per sicurezza di non aspettarci troppo dalla fine del mondo.
Do Not Expect Too Much from the End of the World (Nu aștepta prea mult de la sfîrșitul lumii)
Radu Jude, 2023
Come tutti i film di Jude (a mani basse tra i miei registi europei preferiti), Do Not Expect Too Much from the End of the World è una mescolanza di temi e linguaggi che tenta di ricostruire una contemporaneità totalmente allo sbando. Nel racconto si interlacciano le avventure di Angela, una ragazza di Bucarest che passa le sue giornate alla guida, alle prese con le mille peripezie con le quali il suo lavoro sottopagato la mette alla prova, con quello dell’omonima protagonista del film del 1981 Angela merge mai, regia di Lucian Bratu, alla guida di un taxi nella Bucarest degli anni Ottanta.
Mi ha lasciato la stessa sensazione dell’Ulisse di Joyce, il racconto di una giornata che racchiude tutto e niente; non sta forse in questo la drammatica grandezza dell’ordinario?
Melancholia
Lars von Trier, 2011
In questa pellicola del regista danese il romanticismo tedesco e il Dogma 95 si uniscono per creare una meravigliosa favola apocalittica di disgregazione di tutto ciò che di umano e razionale esiste. Dunque non è solo il racconto della fine del mondo, è il racconto della fine di un mondo, il nostro mondo. La natura caotica, selvaggia e indifferente raccontata solitamente da Von Trier stavolta si incarna in Melancholia, ovvero un romantico pianeta danzante che promette di porre fine alle miserie umane, il cui nome rimanda al carattere malinconico-saturnino della tradizione alchemica. Con il Preludio del Tristano e Isotta di Wagner che accompagna dall’inizio alla fine i veri e propri tableaux vivants dipinti dal regista, Melancholia ti strappa qualcosa dal petto che non tornerà mai più, ma lo fa con inusitata dolcezza.
Il cavallo di Torino (A torinói ló)
Béla Tarr e Ágnes Hranitzky, 2011
“A Torino, il 3 gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce dalla porta del numero 6 di via Carlo Alberto, forse per fare due passi, forse per andare all’ufficio postale a prendere la sua posta. Non lontano da lui, o invero molto distante da lui, un cocchiere sta avendo difficoltà con il suo cavallo testardo. Nonostante le sue sollecitazioni, il cavallo rifiuta di muoversi. Al che il cocchiere perde la pazienza e lo prende a frustate. Nietzsche raggiunge la folla e ciò mette fine alla brutale scena del cocchiere, che a quel punto sta schiumando di rabbia. Il robusto e assai baffuto Nietzsche salta improvvisamente alla carrozza e getta le braccia attorno al collo del cavallo singhiozzando. Il suo vicino lo porta in casa dove egli giace immobile, in silenzio per due giorni su un divano finché non mormora le ultime obbligatorie parole: “Mutter, ich bin dumm.” (“Madre, sono pazzo.”) e vive per altri dieci anni, mansueto e demente, tra le cure della madre e delle sorelle. Del cavallo… non sappiamo nulla.”
Questo è l’incipit. Da qui, il film racconta in qualche modo ciò che accade al cocchiere della storia una volta tornato a casa e nei sei apocalittici giorni seguenti.
C’è poco altro da dire, forse solo che è molto più di un film; si può dire che è l’ultimo capolavoro, nonché testamento, di un regista che ci ha purtroppo lasciato quest’anno.
Sacrificio (Offret)
Andrej Tarkovskij, 1986
Cosa faresti se il giorno del tuo compleanno venissi a sapere che il mondo finirà domani?
Se la tua famiglia, i tuoi cari, la tua casa, tutto ciò che ti è caro fosse sull’orlo dell’annichilimento? E cosa sacrificheresti per salvarli?
Come accade in ogni film di Tarkovskij, Sacrificio sembra una riflessione ontologica sull’esperienza umana e su come essa si sviluppi in relazione alla natura e alle forze invisibili che guidano l’esistenza. Come se in ogni suo film fosse insito un interrogativo da risolvere, Tarkovskij ci conduce per mano alla ricerca di una risposta, ma solo fino a un certo punto.
Perché quella risposta — o non risposta — possiamo trovarla solo perdendoci, solo nell’accettazione totale del mistero che fonda l’esperienza umana.
Come nella chiosa finale della poesia Primi incontri di Arsenij Tarkovskij, suo padre.
…
Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.
— Arsenij Tarkovskij
I riferimenti di questo delirio:
J-P. Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, 2000
T. S. Eliot, The Hollow Men (Gli uomini vuoti), 1925; Four Quartets (Quattro quartetti), 1943; The Waste Land (La terra desolata), 1922.
A. Tarkovskij, Pervye svidanija (Primi incontri), 1962.
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