Friuli Venezia Giulia

Taher Djafarizad (Nedaday) “perche’ difendo Salman Rushdie”

«Non condivido il tuo punto di vista, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa esprimerlo.»

Al di là dell’esatta attribuzione storica di questa frase, il suo significato rappresenta uno dei principi fondamentali della democrazia moderna: la libertà di espressione. È il diritto di manifestare le proprie idee, anche quando sono scomode, impopolari o in contrasto con le convinzioni della maggioranza.

Ho l’impressione che l’Europa, negli ultimi anni, abbia in parte dimenticato questo principio. Sempre più spesso si difende la libertà di parola soltanto quando riguarda chi la pensa come noi, mentre la vera prova della democrazia consiste nel difendere anche il diritto di esprimere opinioni che non condividiamo.

Dopo il grave attentato subito dallo scrittore Salman Rushdie, noi di NEDADAY organizzammo una serata pubblica in difesa della libertà di espressione e in solidarietà con lui. Invitammo numerosi scrittori, giornalisti e intellettuali. Molti di loro, però, non si presentarono. Ognuno trovò una giustificazione diversa, una scusa diversa. Fu una grande delusione, perché proprio nei momenti difficili si misura il coraggio delle persone e la coerenza dei principi che affermano di difendere.

Nonostante ciò, la serata si svolse con successo grazie alla presenza e al sostegno di persone che da anni sono impegnate nella difesa dei diritti umani: la poetessa Ludovica Cantarutti, don Giorgio Rigolo, che da quasi quarant’anni collabora con noi su questi temi, e il professor Furio Honsell, che ha sempre dimostrato sensibilità verso le battaglie per la libertà e la dignità umana.

Salman Rushdie è autore del romanzo “I versetti satanici”, un’opera che ha suscitato enormi polemiche nel mondo islamico. A mio avviso, gran parte delle reazioni contro il libro sono nate senza che il libro stesso fosse stato realmente letto. Moltissime persone lo hanno condannato sulla base di ciò che avevano sentito dire da altri.

Lo stesso fenomeno riguarda spesso anche il Corano. Secondo la tradizione islamica, il testo sacro dovrebbe essere letto nella sua lingua originale, l’arabo. Tuttavia la maggioranza dei musulmani nel mondo non è araba e spesso conosce il Corano soltanto attraverso interpretazioni, traduzioni o insegnamenti ricevuti da altri. Questo non significa che la loro fede sia meno autentica, ma dimostra quanto sia importante distinguere tra ciò che si conosce direttamente e ciò che si conosce per sentito dire.

Quando nel 1989 l’ayatollah Khomeini emise la famosa fatwa contro Salman Rushdie, rimasi profondamente colpito. Mi chiesi allora se quella decisione non fosse anche il tentativo di ricompattare il fronte dell’integralismo islamico internazionale. La rivoluzione iraniana stava già mostrando molte delle sue contraddizioni e dei suoi fallimenti sul piano economico, sociale e politico. La campagna contro Rushdie riuscì invece a mobilitare e unire gruppi fondamentalisti molto diversi tra loro.

Parafrasando un celebre slogan del movimento operaio, si potrebbe dire che mentre un tempo si diceva: «Proletari di tutto il mondo, unitevi», la fatwa di Khomeini trasmise un altro messaggio: «Fondamentalisti di tutto il mondo, unitevi».

Di fronte a un libro che si ritiene offensivo o sbagliato, la risposta non dovrebbe mai essere la violenza. Non dovrebbe essere una minaccia, una fatwa, un attentato o una condanna a morte. La risposta deve essere un’altra idea, un altro libro, un’altra argomentazione.

Per questo ho sempre avanzato una proposta molto semplice: se quasi due miliardi di musulmani ritengono che un’opera contenga errori o offese, scrivano un libro migliore, più documentato, più convincente. Rispondano con la cultura, con il dibattito, con il confronto delle idee. Questa è la strada della civiltà. Questa è la strada della non violenza.

Difendere Salman Rushdie non significa necessariamente condividere tutto ciò che ha scritto. Significa difendere il principio secondo cui nessuno dovrebbe essere perseguitato, minacciato o aggredito per un libro. Lo stesso principio vale per migliaia di scrittori, giornalisti, artisti, intellettuali e dissidenti che in tutto il mondo esprimono una visione critica nei confronti dell’integralismo religioso, del fanatismo e di ogni forma di totalitarismo.

La libertà di espressione non è un privilegio. È un diritto fondamentale. E quando viene colpita una persona per le sue idee, viene colpita la libertà di tutti.

Domani alle ore 17.30 saremo in piazza per una manifestazione dedicata alle donne iraniane e alla memoria di Mahsa Amini, la giovane donna arrestata dalla polizia morale e morta dopo essere stata fermata perché accusata di non portare correttamente il velo obbligatorio.

Ricordare Mahsa Amini significa ricordare tutte le donne che lottano per la propria libertà, per il diritto di scegliere come vestirsi, come vivere e come esprimersi. Significa difendere il diritto di ogni essere umano a essere padrone del proprio destino.

Per questo vogliamo lanciare un messaggio semplice ma universale:

Viva la libertà di espressione.

Viva i diritti umani.

Viva le donne che lottano per la loro libertà.

Viva Salman Rushdie.

E viva tutti coloro che, senza violenza, difendono il diritto di pensare, parlare e scrivere liberamente.

Dott. Taher Djafarizad Nedaday




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