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La formazione come infrastruttura pedagogica dello zerosei. A Capo d’Orlando il Sistema Integrato si costruisce tra gli adulti: Un sistema che deve diventare cultura

Il Sistema Integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino ai sei anni non nasce soltanto dall’accostamento tra i servizi educativi per l’infanzia e la scuola dell’infanzia. Può essere previsto dalle norme, sostenuto dagli enti, organizzato territorialmente e dotato delle necessarie risorse, ma diventa realmente “integrato” soltanto quando le professioniste che lo abitano imparano a riconoscersi, a dialogare e a condividere una responsabilità educativa comune.

È questa la prospettiva emersa dal percorso residenziale realizzato dal 6 al 10 settembre 2026 al Testa di Monaco Natural Beach di Capo d’Orlando, nell’ambito delle attività formative dell’Ambito 27 Trapani. L’iniziativa è stata promossa sotto la guida autorevole della professoressa Vincenza Mione, dirigente scolastico dell’Istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Girolamo Caruso” di Alcamo, e ha coinvolto educatrici dei servizi per la prima infanzia e insegnanti della scuola dell’infanzia provenienti dai territori dell’Ambito.

Il percorso si inserisce nel quadro delineato dal decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65, che ha istituito il Sistema Integrato dalla nascita ai sei anni, e sviluppato dalle Linee pedagogiche adottate nel 2021 e dagli Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia del 2022. Il quadro nazionale individua un orizzonte unitario, ma lascia ai territori una responsabilità decisiva: tradurre l’architettura istituzionale in esperienze, relazioni, pratiche e linguaggi professionali realmente condivisi. Gazzetta Ufficiale – D.lgs. 65/2017, Ministero dell’Istruzione e del Merito – Orientamenti nazionali.

La scelta compiuta dal DS Enza Mione, un vero punto di riferimento per la scuola siciliana, assume, in questo senso, un significato che va oltre l’organizzazione di un corso. Puntare su una formazione residenziale significa riconoscere che la costruzione dello zerosei richiede tempo, prossimità, ascolto e possibilità di sospendere momentaneamente le consuetudini professionali. Significa offrire a educatrici e insegnanti l’occasione di uscire dai rispettivi contesti ordinari per interrogare ciò che fanno, le ragioni per cui lo fanno e l’immagine di bambino che orienta le loro decisioni.

All’interno di questa cornice ha assunto una posizione centrale l’intervento della professoressa Martina Marangon, esperta del Sistema Integrato 0-6, al quale dedica da decenni studio, ricerca ed esperienza professionale. Il suo lavoro non è stato costruito intorno alla presentazione di un modello già definito. Ha preso avvio, invece, dalle persone, dalle loro identità e dalle rappresentazioni che ciascuna portava con sé.

La tesi pedagogica sottesa al percorso è netta: il Sistema Integrato 0-6 si costruisce prima tra gli adulti, per poter diventare esperienza educativa per i bambini.

La lungimiranza organizzativa di Enza Mione

La qualità di un percorso formativo dipende certamente dai contenuti e dalla competenza di chi lo conduce, ma anche dalla capacità di predisporre le condizioni perché quei contenuti possano essere realmente attraversati. Tempi troppo compressi, ambienti anonimi e programmi costruiti come successioni di interventi rischiano di lasciare le persone nella posizione di semplici destinatarie.

Enza Mione ha scelto una direzione diversa, riconoscendo nella formazione uno degli strumenti strategici attraverso i quali dare consistenza al Sistema Integrato 0-6 dell’Ambito 27. La sua capacità organizzativa si è espressa nella costruzione di un percorso nel quale luogo, tempi, relazioni e attività concorressero alla medesima finalità.

La residenzialità ha consentito di evitare la frammentazione tipica di molti corsi, nei quali si entra in aula portando ancora con sé la pressione degli impegni quotidiani e se ne esce immediatamente dopo l’ultima slide. A Capo d’Orlando la formazione ha avuto il tempo di depositarsi. Le partecipanti hanno potuto vivere insieme le attività, tornare sui pensieri emersi, osservare le reazioni del gruppo e continuare a confrontarsi anche oltre i momenti formalmente programmati.

La lungimiranza della dirigente scolastica risiede anche nell’avere riconosciuto che la costruzione del Sistema Integrato non può essere affidata esclusivamente agli adempimenti amministrativi. Le strutture organizzative sono indispensabili, ma non sufficienti. Occorre creare una comunità professionale nella quale educatrici dello 0-3 e insegnanti del 3-6 possano conoscersi, superare eventuali diffidenze, rendere visibili le proprie competenze e individuare riferimenti comuni.

Sostenere lo zerosei significa, infatti, investire in un progetto educativo che accompagni il bambino dalla nascita ai sei anni senza fratture artificiali. Non si tratta di cancellare le differenze tra nido e scuola dell’infanzia, né di chiedere alle professioniste dei due segmenti di svolgere le stesse attività. La sfida consiste nel costruire coerenza educativa pur nella specificità dei ruoli, delle storie e dei contesti.

È precisamente su questo terreno che la scelta di Enza Mione mostra la propria forza: la formazione non viene considerata un’attività accessoria o l’adempimento di un obbligo, ma una componente strutturale del sistema territoriale. Diventa il luogo nel quale il sistema pensa sé stesso, verifica la propria capacità di integrare le differenze e costruisce le condizioni per evolvere.

La pedagogia dei luoghi: perché la sede non è stata una cornice

La scelta del Testa di Monaco Natural Beach di Capo d’Orlando non può essere considerata un particolare secondario. Il luogo nel quale una formazione si svolge comunica un’idea del modo in cui le persone possono apprendere, incontrarsi e produrre conoscenza.

Il mare, la spiaggia, la vegetazione, gli spazi aperti e la possibilità di modulare le attività nelle diverse ore della giornata hanno contribuito a creare una distanza rispetto agli ambienti abituali. Questa distanza non ha avuto una funzione evasiva, ma educativa: ha interrotto automatismi e aspettative, rendendo le partecipanti maggiormente disponibili a osservare e a osservarsi.

Si può parlare, in questo senso, di una pedagogia dei luoghi. Ogni spazio invita ad alcuni comportamenti e ne rende più difficili altri. Un’aula con file di sedie orientate verso una cattedra suggerisce una relazione prevalentemente trasmissiva. Uno spazio aperto, nel quale le persone possono muoversi, modificare le distanze, formare gruppi e lasciare tracce, favorisce forme differenti di partecipazione.

Il Testa di Monaco Natural Beach ha consentito di lavorare non soltanto “in” un luogo, ma “con” il luogo. Il paesaggio è entrato nell’esperienza attraverso la luce, il suono, il movimento, il silenzio, il rapporto con la materia e la percezione del tempo. L’ambiente ha reso evidente un principio fondamentale anche per i servizi educativi: lo spazio non è mai neutro. Può accogliere o respingere, aprire possibilità o limitarle, sostenere l’autonomia oppure produrre dipendenza.

La decisione organizzativa sostenuta da Enza Mione ha quindi assunto anche un valore pedagogico. Scegliere quella sede ha significato mettere le partecipanti nelle condizioni di sperimentare direttamente quanto l’ambiente possa incidere sulle relazioni e sull’apprendimento. Prima ancora di domandarsi come organizzare uno spazio per i bambini, educatrici e insegnanti hanno potuto avvertire su sé stesse gli effetti di un luogo pensato come parte attiva del percorso.

Il mare, in particolare, ha offerto un orizzonte fisico e simbolico. Ha richiamato l’idea del movimento, dell’incontro tra direzioni differenti, della profondità e della trasformazione. L’ambiente naturale non è stato idealizzato né ridotto a scenografia. È diventato una condizione concreta per rallentare, sostare, cambiare prospettiva e riconoscere aspetti che, nella velocità delle giornate ordinarie, rischiano di non essere più percepiti.

La pedagogia dei luoghi si collega direttamente al Sistema Integrato 0-6. Se si considera il bambino competente, curioso e capace di costruire conoscenza attraverso il corpo e la relazione, non si possono progettare ambienti indifferenti. Ogni scelta spaziale dichiara implicitamente quale idea di infanzia si intende sostenere. La formazione di Capo d’Orlando ha reso questa consapevolezza un’esperienza vissuta.

Martina Marangon e un sapere costruito in decenni di lavoro sullo zerosei

Il centro pedagogico del percorso è stato rappresentato anche (ma non solo) dall’intervento di Martina Marangon. Definirla semplicemente una relatrice non restituirebbe il significato del lavoro svolto. La sua esperienza pluridecennale nel campo del Sistema Integrato 0-6 le ha consentito di affrontare il tema non come un argomento da spiegare, ma come un processo da rendere visibile e praticabile.

Marangon ha scelto di non cominciare dalle definizioni normative, dagli organigrammi o dalle differenze formali tra servizi. È partita dal sé professionale e personale delle partecipanti. La ragione è profonda: nessuna educatrice e nessuna insegnante entra nella relazione educativa come una presenza neutra. Ciascuna porta la propria storia, le esperienze formative, le convinzioni maturate, le emozioni, le sicurezze, le fragilità e una precisa rappresentazione dell’infanzia.

Anche quando non vengono esplicitate, queste rappresentazioni orientano le scelte. Influiscono sul modo di interpretare il pianto, il movimento, l’errore, il silenzio, il conflitto, il gioco e le richieste di autonomia del bambino. Determinano ciò che l’adulto considera accettabile, ciò che ritiene debba essere corretto e ciò che è disposto ad attendere.

Per costruire un’identità professionale zerosei non basta, pertanto, concordare un elenco di attività. Occorre rendere visibili le idee che sostengono quelle attività. È necessario chiedersi quale immagine di bambino abiti le pratiche del nido e quale orienti quelle della scuola dell’infanzia; quale significato venga attribuito alla cura; come siano pensati il corpo, il gioco, l’esplorazione, il tempo e l’apprendimento.

Il lavoro di Martina Marangon ha accompagnato il gruppo dentro queste domande senza trasformarle in un esame o in una contrapposizione tra modelli. La finalità non era stabilire chi avesse ragione, ma consentire alle differenze di emergere, diventare leggibili e trovare possibilità di connessione.

È qui che si riconosce la competenza di chi si occupa dello zerosei da lungo tempo. L’esperta non consegna risposte anticipate e non utilizza il laboratorio come dimostrazione della propria abilità. Predispone condizioni, osserva i processi, accompagna le persone a nominare ciò che accade e permette al gruppo di costruire significati che nessuna partecipante avrebbe potuto produrre da sola.

Partire dal sé per incontrare l’altro

Il laboratorio ha avuto inizio dall’elaborazione pittorica del sé. Ogni partecipante è stata invitata a rappresentarsi attraverso forme, segni, colori e tracce. Non un autoritratto inteso in senso tradizionale, ma una composizione capace di raccontare qualcosa della propria identità, del proprio modo di stare nella relazione e del bagaglio portato dentro il percorso.

Questo passaggio iniziale ha restituito dignità alle individualità. Prima di costruire un gruppo, ciascuna persona deve poter riconoscere ciò che porta. L’integrazione non nasce dall’annullamento delle differenze, ma dalla loro espressione. Se le identità vengono nascoste o considerate un ostacolo, il risultato non è un sistema integrato, ma una superficie apparentemente uniforme sotto la quale continuano a esistere separazioni.

L’elaborato pittorico ha permesso di utilizzare un linguaggio diverso da quello professionale ordinario. Le parole, infatti, possono diventare formule consolidate: continuità, cura, inclusione, centralità del bambino, relazione educativa. Espressioni importanti che, se non vengono interrogate, rischiano però di essere pronunciate da tutti senza assumere necessariamente lo stesso significato.

Il colore, la forma e il segno obbligano a compiere scelte differenti. Chiedono di esprimere ciò che non sempre trova immediatamente una formulazione verbale. Espongono la persona a una misura di incertezza e la invitano a osservare ciò che ha prodotto prima ancora di spiegarlo.

Dopo la rappresentazione individuale è iniziato l’incontro con gli elaborati delle altre partecipanti. Ciascuna traccia è rimasta riconoscibile, ma ha smesso di essere isolata. Guardare l’opera dell’altra ha significato avvicinarsi a un’identità differente senza appropriarsene e senza ridurla alle proprie categorie.

Nel laboratorio proposto da Martina Marangon, leggere l’altro attraverso il suo elaborato non ha voluto dire interpretarlo arbitrariamente. Ha significato allenarsi a sospendere il giudizio, formulare domande, accogliere la possibilità che lo stesso segno potesse generare significati diversi e riconoscere che nessuna identità professionale si esaurisce nel ruolo ricoperto.

È un esercizio decisivo per chi opera con i bambini. Anche nella quotidianità educativa l’adulto è chiamato a osservare tracce: un gesto, un gioco ripetuto, una disposizione degli oggetti, una parola, un silenzio. Se interpreta troppo rapidamente, rischia di sovrapporre al bambino il proprio schema. Se invece osserva, attende e si interroga, può avvicinarsi al significato che quell’esperienza assume per chi la sta vivendo.

Partire dal sé, dunque, non è stato un ripiegamento individualistico. È stata la condizione per incontrare l’altro in modo più consapevole. Soltanto chi riconosce il proprio punto di vista può accettare che non sia l’unico possibile.

I fili neutri e la costruzione visibile del sistema

Uno dei passaggi più significativi del laboratorio è stato quello nel quale le diverse rappresentazioni sono state collegate attraverso fili di colore neutro. Le opere individuali non sono state fuse né coperte. Hanno conservato segni, colori e identità, ma sono entrate a far parte di una composizione più ampia.

Il filo ha reso concreta l’idea di connessione. Non ha sostituito le individualità e non ne ha modificato il contenuto. Ha creato un rapporto, ha attraversato lo spazio tra un elaborato e l’altro e ha reso percepibile l’esistenza di un insieme.

L’uso di un colore neutro assume un significato particolare. La connessione non impone una nuova identità cromatica e non stabilisce una gerarchia tra le opere. Mette in comunicazione senza occupare lo spazio dell’altro. È un legame che unisce lasciando visibili le differenze.

In quella costruzione pittorica si è resa leggibile la natura del Sistema Integrato 0-6. Nido e scuola dell’infanzia non devono diventare la stessa cosa. Le educatrici dello 0-3 e le insegnanti del 3-6 possiedono percorsi formativi, esperienze e competenze che meritano di essere riconosciuti. Integrare significa creare relazioni intenzionali tra queste differenze affinché possano concorrere a un progetto educativo unitario.

Se le opere fossero state sovrapposte sino a rendere irriconoscibili le singole tracce, il laboratorio avrebbe rappresentato l’uniformità. Se fossero rimaste separate, avrebbe riprodotto la frammentazione. Il sistema ha preso forma nello spazio intermedio: nei fili, nei punti di contatto, nelle distanze attraversate e nelle possibilità di relazione.

La proposta di Martina Marangon ha quindi trasformato un concetto complesso in un’esperienza visibile. Le partecipanti non hanno ricevuto una definizione astratta di integrazione, ma hanno contribuito a costruirne una rappresentazione concreta. Hanno osservato come l’insieme non cancellasse le parti e come le parti, entrando in relazione, acquisissero un significato ulteriore.

Questa dinamica è fondamentale anche nel lavoro educativo. Ogni bambino entra nel servizio con la propria storia, la famiglia, le abitudini, i tempi, le forme di comunicazione e le esperienze vissute. L’integrazione non gli chiede di rinunciare a tale unicità per adeguarsi a un modello. Costruisce contesti nei quali le differenze possano incontrarsi e diventare risorsa per l’intero gruppo.

Il sistema che emerge non è una struttura rigida, ma una trama. Ha bisogno di legami abbastanza solidi da sostenere la relazione e sufficientemente flessibili da non imprigionare le individualità.

Dalla continuità all’integrazione

Nel dibattito sullo zerosei si parla spesso di continuità educativa, soprattutto in riferimento al passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia. È un tema necessario, ma rischia di essere ridotto alla preparazione di visite, feste comuni, schede di passaggio o attività collocate alla fine dell’anno educativo.

Il lavoro realizzato a Capo d’Orlando invita a compiere un passo ulteriore. La continuità non coincide con l’eliminazione di ogni cambiamento e non richiede che i due segmenti facciano le stesse cose. Il bambino cresce anche attraversando passaggi, incontrando ambienti nuovi e modificando progressivamente il proprio modo di stare nel mondo.

Ciò che deve essere garantito è un filo pedagogico riconoscibile. Il bambino dovrebbe poter incontrare, dalla nascita ai sei anni, adulti che lo considerino soggetto competente, portatore di diritti, capace di iniziativa e di relazione. Dovrebbe trovare ambienti che sostengano l’esplorazione, tempi rispettosi dei ritmi personali e pratiche di cura non separate dall’apprendimento.

L’integrazione riguarda allora la capacità degli adulti di interrogare insieme le proprie rappresentazioni. Che cosa intendiamo quando parliamo di autonomia? Quale spazio assegniamo al corpo? Come consideriamo il gioco? Qual è il rapporto tra la proposta dell’adulto e l’iniziativa del bambino? Che valore attribuiamo all’errore? Come documentiamo i processi? In quale modo coinvolgiamo le famiglie?

Non è necessario che tutte le risposte siano identiche. È però indispensabile che vengano esplicitate, confrontate e ricondotte a una comune responsabilità educativa. Senza questo lavoro, il rischio è quello di avere servizi formalmente collegati ma pedagogicamente lontani.

Un Sistema Integrato autentico non nasce perché lo zero-tre e il tre-sei vengono collocati uno accanto all’altro. Nasce quando le professioniste imparano a riconoscere ciò che ciascun segmento porta, a discutere le proprie pratiche e a progettare connessioni che abbiano significato per i bambini e per le famiglie.

L’integrazione non rende uguali. Crea le condizioni perché identità professionali diverse possano collaborare senza perdere la propria specificità.

Per garantire continuità ai bambini occorre interrompere le abitudini degli adulti

Il percorso di Capo d’Orlando mette in luce un paradosso pedagogico particolarmente fecondo: per costruire continuità educativa per i bambini occorre prima creare una discontinuità nelle abitudini professionali degli adulti.

Educatrici e insegnanti lavorano quotidianamente all’interno di tempi, spazi e procedure che, con il passare degli anni, possono diventare automatici. Molte azioni vengono ripetute perché appartengono alla tradizione del servizio, perché “si è sempre fatto così” o perché l’organizzazione non sembra lasciare alternative.

La residenzialità ha interrotto temporaneamente questi automatismi. Le partecipanti sono state portate fuori dai luoghi nei quali esercitano abitualmente il proprio ruolo e inserite in un contesto che chiedeva loro di mettersi in gioco in prima persona. Non potevano limitarsi a descrivere ciò che fanno con i bambini: dovevano osservare che cosa accadeva a loro mentre sperimentavano, sceglievano, attendevano, collaboravano o si confrontavano con una consegna aperta.

Questa discontinuità ha prodotto uno spazio di pensiero. Ha reso possibile guardare da una diversa distanza le pratiche quotidiane e domandarsi quali fossero ancora coerenti con l’idea di infanzia dichiarata e quali, invece, rispondessero soprattutto alla forza dell’abitudine.

Il laboratorio ha mostrato che la continuità non consiste nel ripetere le medesime pratiche lungo l’intero percorso zerosei. Consiste nella capacità di riconoscere un orientamento comune, pur modificando proposte, ambienti e responsabilità in relazione all’età e alla crescita del bambino.

La formazione assume così una funzione trasformativa. Non aggiunge semplicemente nuovi strumenti a quelli già utilizzati, ma aiuta il professionista a cambiare il modo di leggere ciò che accade. Una nuova attività può esaurirsi dopo poche settimane; uno sguardo professionale più consapevole può invece modificare molte decisioni future.

La formazione come infrastruttura pedagogica

La definizione che meglio restituisce il valore del percorso è quella proposta da Martina Marangon: la formazione come infrastruttura pedagogica del Sistema Integrato 0-6.

Quando si parla di infrastrutture si pensa normalmente agli edifici, alle risorse economiche, ai trasporti, ai coordinamenti e all’organizzazione dei servizi. Tutti elementi indispensabili. Esiste però anche un’infrastruttura meno visibile, senza la quale il sistema rischia di rimanere frammentato.

Questa infrastruttura è costituita dai linguaggi condivisi, dalla fiducia professionale, dal riconoscimento reciproco, dalla capacità di osservare e progettare insieme, dalla disponibilità a sottoporre le proprie pratiche a un confronto autentico. Non appare immediatamente nei documenti amministrativi, ma determina la qualità concreta delle esperienze offerte ai bambini.

La norma può istituire il Sistema Integrato; gli enti possono programmarlo; i territori possono collegare i servizi. Nessuno di questi passaggi produce automaticamente una cultura zerosei. La cultura deve essere costruita attraverso esperienze nelle quali educatrici e insegnanti possano uscire dalle appartenenze più rigide e riconoscersi come parti di un unico percorso educativo.

Senza questa infrastruttura invisibile potremmo avere uno zerosei amministrativamente integrato ma pedagogicamente frammentato. Potremmo disporre di tavoli, protocolli e progetti comuni senza aver costruito una reale capacità di pensare insieme il bambino.

L’attività guidata da Marangon ha fatto coincidere, in modo particolarmente coerente, la forma della formazione con il sistema che essa intendeva promuovere. Il gruppo ha sperimentato ascolto, pluralità, relazione, co-costruzione e riconoscimento delle differenze. Non ha semplicemente discusso questi principi: li ha messi in pratica.

La formazione non ha detto alle partecipanti che cosa dovesse essere il Sistema Integrato. Ha creato le condizioni perché potessero domandarsi che cosa ciascuna portasse, che cosa arrivasse dall’altro segmento, dove fosse possibile incontrarsi, quali specificità dovessero essere preservate e che cosa fosse possibile costruire insieme.

È questa la differenza tra trasmettere un modello e generare un processo. Nel primo caso le persone ricevono una struttura elaborata altrove; nel secondo diventano responsabili della sua costruzione e possono riconoscerla come propria.

Dal dipinto individuale alla responsabilità educativa comune

Dopo aver rappresentato il proprio sé e averlo posto in relazione con quello delle altre, le partecipanti sono state accompagnate a riportare l’esperienza dentro la relazione con i bambini. Il passaggio dall’identità personale alla responsabilità educativa ha permesso di evitare che il laboratorio rimanesse confinato alla dimensione espressiva.

Ciascuna professionista è stata chiamata a interrogarsi sul proprio modo di stare con i bambini, di osservarli e di accompagnarli. L’elaborazione pittorica è diventata una possibilità per raccontare il rapporto con l’infanzia e per riconoscere quanto la propria presenza incida sul contesto educativo.

L’adulto non è esterno al sistema che osserva. Ne è parte. Il modo in cui dispone uno spazio, formula una domanda, interviene in un conflitto o risponde a un bisogno contribuisce a definire l’esperienza del bambino. Per questa ragione, la riflessività professionale non costituisce un’aggiunta teorica al lavoro educativo: ne è una componente essenziale.

Il laboratorio ha reso visibile che la responsabilità comune non annulla quella individuale. Ogni educatrice e ogni insegnante conserva il dovere di interrogarsi sulle proprie decisioni. Al tempo stesso, nessuna può costruire da sola un percorso realmente integrato. Occorre una comunità capace di sostenere il confronto, condividere le osservazioni e assumere collegialmente le scelte.

Nel dipinto collettivo, ciascuna traccia ha continuato a parlare con la propria voce, ma il significato finale non apparteneva più a una sola persona. Analogamente, nel Sistema Integrato, ogni professionalità mantiene la propria competenza mentre partecipa alla costruzione di un progetto più ampio.

Il risultato non è un sistema che “compete” tra segmenti o nel quale una cultura professionale prevale sull’altra. È un sistema capace di tenere insieme, restituire valore alle differenze e trasformarle in una risorsa educativa. Non deve stabilire se sia il nido a preparare alla scuola dell’infanzia o se quest’ultima debba adottare integralmente le pratiche dello zero-tre. Deve riconoscere nel bambino il soggetto unitario di un percorso che attraversa contesti differenti.

Lo zerosei non è soltanto una fascia d’età

Uno dei messaggi più importanti del percorso è che lo zerosei non può essere ridotto a una semplice fascia anagrafica. È una cultura dell’infanzia.

Parlare di cultura significa riferirsi a un insieme di idee, valori, linguaggi e pratiche attraverso i quali una comunità guarda i bambini. Significa chiedersi se li consideri destinatari passivi di cure e insegnamenti oppure persone competenti, capaci di partecipare alla costruzione della propria esperienza.

Una cultura zerosei riconosce l’unitarietà dello sviluppo senza negarne le trasformazioni. Non separa rigidamente cura ed educazione, corpo e pensiero, emozione e apprendimento. Non considera il gioco una pausa rispetto alle attività importanti, perché comprende che proprio attraverso il gioco il bambino esplora, elabora, comunica e costruisce conoscenze.

Questa cultura non nasce da slogan condivisibili in astratto. Ha bisogno di professioniste capaci di tradurre i principi nelle scelte quotidiane: nei tempi dell’accoglienza, nell’organizzazione dei pasti, nella disposizione dei materiali, nel modo di accompagnare il sonno, nelle occasioni di movimento, nelle parole utilizzate per raccontare il bambino e nel rapporto costruito con le famiglie.

Il lavoro pluridecennale di Martina Marangon sul Sistema Integrato trova qui uno dei suoi punti più significativi. Lo zerosei non è presentato come una nuova etichetta da applicare a pratiche precedenti, ma come un cambiamento di prospettiva. Richiede agli adulti di riconoscere il bambino nella continuità della sua esperienza e di assumersi insieme la responsabilità delle condizioni nelle quali cresce.

Da questa prospettiva deriva anche il valore della formazione scelta dall’Ambito 27. Se lo zerosei è una cultura, non può essere trasmesso attraverso una lezione occasionale. Deve essere discusso, sperimentato e continuamente rielaborato all’interno di comunità professionali.

Le voci delle partecipanti e la traccia lasciata dal laboratorio

Il valore di una formazione si riconosce anche nelle domande che continua a generare dopo la sua conclusione. Tra le partecipanti è emerso un particolare apprezzamento per la possibilità di partire da sé prima di affrontare il tema del sistema. Un’insegnante della scuola dell’infanzia ha evidenziato come il laboratorio le abbia permesso di osservare con occhi diversi aspetti del proprio lavoro che, nel tempo, erano divenuti quasi automatici.

Un’altra partecipante ha espresso compiacimento per la capacità di Martina Marangon di accompagnare il gruppo senza imporre letture predefinite. La possibilità di costruire gradualmente il significato dell’esperienza è stata riconosciuta come uno degli aspetti più preziosi del percorso: ciascuna ha potuto portare la propria interpretazione e, contemporaneamente, modificarla attraverso l’incontro con quelle delle altre.

Questi riscontri mostrano come il laboratorio non abbia cercato il consenso immediato né l’effetto spettacolare. Ha prodotto una forma di spaesamento controllato, necessaria per riaprire domande professionali. L’attività pittorica, i fili, la composizione collettiva e il confronto non erano esercizi da riproporre meccanicamente con i bambini. Erano strumenti per comprendere dall’interno che cosa significhi entrare in relazione senza perdere la propria identità.

È questa la traccia più importante lasciata dalla formazione: non una raccolta di attività pronte, ma una diversa disposizione professionale. Una maggiore attenzione ai processi, alla pluralità dei significati e alla necessità di costruire connessioni intenzionali.

Dall’esperienza di Capo d’Orlando a una questione nazionale

L’esperienza promossa dall’Ambito 27 Trapani assume un valore che supera i confini del singolo corso. Tocca una questione centrale per lo sviluppo del Sistema Integrato nel Paese: come trasformare un disegno normativo in una cultura professionale diffusa?

Il vero passaggio necessario non è soltanto quello dal nido alla scuola dell’infanzia. È il passaggio da professioniste che lavorano nello stesso territorio a una comunità capace di assumersi insieme la responsabilità educativa dei bambini dalla nascita ai sei anni.

Per compierlo occorrono luoghi di confronto stabili, coordinamenti efficaci e percorsi formativi nei quali le differenze possano emergere senza irrigidirsi in contrapposizioni. Occorre anche una governance capace di comprendere che la qualità organizzativa e quella pedagogica non possono essere separate.

Il ruolo esercitato da Enza Mione mostra quanto la dirigenza possa incidere nel dare direzione a questi processi. La decisione di investire sullo zerosei, costruire una formazione residenziale e scegliere un ambiente coerente con la metodologia ha creato le condizioni affinché il lavoro pedagogico potesse svilupparsi pienamente.

Allo stesso tempo, l’intervento di Martina Marangon ha dimostrato che una formazione significativa non deve necessariamente cominciare dalla spiegazione. Può partire da un segno, da un colore, da un’identità che prende forma e incontra quella dell’altro. Può rendere visibile il sistema prima ancora di definirlo.

Il percorso di Capo d’Orlando consegna così una tesi di particolare attualità: il Sistema Integrato 0-6 si costruisce prima tra gli adulti, per diventare esperienza educativa per i bambini. La formazione ne costituisce l’infrastruttura pedagogica perché crea linguaggi, fiducia, riconoscimento e capacità di progettazione condivisa.

La norma può disegnare l’architettura, ma sono le comunità professionali a renderla abitabile. Le strutture possono collegare i servizi, ma sono le relazioni a trasformarli in un sistema. I documenti possono indicare un orizzonte, ma occorrono educatrici e insegnanti capaci di percorrerlo insieme.

Al Testa di Monaco Natural Beach, le tracce pittoriche delle singole partecipanti sono rimaste riconoscibili mentre fili discreti le mettevano in relazione. In quell’immagine è possibile leggere il senso più profondo dell’intero percorso: lo zerosei non chiede alle differenze di scomparire. Chiede che vengano riconosciute, attraversate e unite da una responsabilità educativa comune.

È in questa trama, costruita prima tra gli adulti, che ogni bambino può trovare un sistema capace di accoglierlo nella sua unicità e di accompagnarlo, senza fratture pedagogiche, dalla nascita ai sei anni.


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