ALBUM: Šimanský Valko Podracký – K Drone

Ci sono dischi che modificano il modo in cui ascoltiamo.
Nato da sessioni di libera improvvisazione spontanea, “K-drone” è il viaggio condiviso di tre psiconauti: il chitarrista sperimentale Jakub Šimanský, il suonatore di ghironda Michal Valko e il compositore Jan Podracký, che qui utilizza un’ampia gamma di strumenti a fiato, tra cui armoniche e flauto basso. I cinque brani dell’album, della durata di circa cinque-sette minuti ciascuno, catturano l’immediatezza estatica del suonare insieme e la forza degli strumenti acustici. Il cuore di queste registrazioni è lo scambio tra i droni terreni della ghironda di Valko e le melodie minimaliste di Šimanský sulla lap steel guitar, mentre flauti giocosi orbitano organicamente intorno a loro.
“K-drone” è un album attraversato da strani effetti psicoacustici. È una musica dissociativa e allucinatoria, in alcuni momenti può suonare persino paranoica. Ma nel suo insieme offre un’esperienza profondamente comunitaria: come calarsi in un viaggio di LSD o ketamina nel cuore della foresta, insieme a un gruppo di amici. Come suggerisce la meravigliosa copertina dell’album, qui il corpo umano si fonde con la natura: le foglie delle piante diventano polmoni e la natura si insinua nella mente.
Šimanský ha militato in gruppi noise rock prima di immergersi nel vastissimo lessico della chitarra American Primitive.
Valko si è costruito una reputazione negli ambienti sperimentali cechi e slovacchi.
Podracký è più vicino all’ambiente accademico. È un compositore autodidatta interessato alle esperienze partecipative e comunitarie. Quando suona gli strumenti a fiato, evoca effetti multifonici che suscitano un autentico senso di meraviglia.
La parentela con gli Spacemen 3 è più profonda di quanto possa sembrare. Non riguarda soltanto la psichedelia o l’idea di usare la musica come veicolo di alterazione. Riguarda soprattutto la convinzione che un suono ripetuto abbastanza a lungo possa smettere di essere semplicemente un suono e diventare uno stato mentale. Ma “K-drone” arriva a questo risultato senza elettricità, senza muri di amplificatori, senza l’iconografia tradizionale del rock psichedelico. Ci arriva con una ghironda, una chitarra, qualche fiato e tre musicisti che sembrano ascoltarsi continuamente.
È un piccolo organismo sonoro che sembra svilupparsi lentamente davanti alle nostre orecchie, senza preoccuparsi troppo di dove voglia arrivare. E proprio per questo finisce per portarci molto lontano.
Il titolo è già un programma: Ketamina e drone, alterazione chimica e alterazione acustica. Ma sarebbe troppo facile leggere il disco come una semplice traduzione musicale di un’esperienza psichedelica. Il punto è un altro. Qui la droga è soprattutto il tempo.
Il drone, per sua natura, sottrae alla musica uno dei suoi elementi fondamentali: la necessità di procedere. Un suono può restare, insistere, trasformarsi quasi impercettibilmente. Il tempo smette di essere una linea e diventa uno spazio nel quale ci si muove.
La ghironda di Valko rappresenta il centro gravitazionale dell’album. Il suo suono continuo, terrestre, quasi arcaico, potrebbe facilmente evocare un Medioevo immaginario. Ma qui non c’è alcuna nostalgia folklorica. La ghironda diventa piuttosto una macchina per alterare la percezione: un corpo sonoro che continua a vibrare mentre tutto il resto gli gira intorno.
Šimanský risponde con chitarre che non cercano mai il virtuosismo. La sua lap steel, la Weissenborn, le corde pizzicate e lasciate risuonare diventano frammenti melodici, piccole cellule che emergono dal drone senza mai imporsi su di esso.
E poi ci sono i fiati di Podracký: sono forse l’elemento più sorprendente del disco. Flauti, armoniche, melodica e altri strumenti appaiono, si avvicinano, si allontanano, girano intorno agli altri strumenti. In certi momenti sembrano uccelli; in altri il respiro di qualcosa che non riusciamo a vedere.
È proprio questo equilibrio a rendere “K-drone” così particolare: la radicalità non cancella la sensualità.
“Sine”. La voce di Valko è tenera, quasi infantile, mentre il flauto di Podracký sembra arrivare da molto lontano. Sotto, la chitarra di Šimanský costruisce una trama minima, quasi invisibile.
“Speedrone”. La voce mormorata, il banjo e soprattutto la ghironda producono qualcosa di inquieto e fisico. Il titolo sembra quasi un paradosso: speed dentro il drone, velocità dentro la stasi. La ghironda cigola, vibra, insiste. Sembra una macchina che non riesce a fermarsi. La musica conserva la ripetizione del drone ma introduce una tensione quasi nervosa, come se sotto la superficie meditativa stesse crescendo qualcosa.
“Pro DJ” è il brano più immediatamente ritmico. La chitarra di Šimanský costruisce una pulsazione semplice, mentre i flauti entrano ed escono dal campo sonoro, girando intorno al drone della ghironda. Ma anche qui il ritmo non serve a far avanzare la musica. Serve a farci perdere l’orientamento.
“Alien Radigue”. Già dal titolo, dichiara il proprio debito verso Éliane Radigue, una delle figure fondamentali della storia del drone. Ma l’omaggio non è accademico. È giocoso. I flauti serpeggiano sopra la massa sonora con una libertà animale, producendo una delle combinazioni più riuscite del disco. La ghironda sembra perdere la propria identità originaria e trasformarsi in una superficie elettronica, benché sia uno strumento antico, acustico, materiale. È una delle grandi intuizioni di “K-drone”: far sembrare elettronico ciò che elettronico non è. E viceversa.
Poi arriva “Slush”. E qui qualcosa si rompe. All’inizio la chitarra è fragile, consolatoria. Il brano sembra promettere un’altra immersione nella sospensione. Ma progressivamente gli elementi iniziano a perdere coesione. I flauti e la melodica sembrano deformarsi. La musica rallenta, si incrina, diventa stranamente scomoda. È come quando l’effetto della droga finisce. Dopo l’estasi rimane il corpo. E rimane la realtà. Ed è proprio allora che ci accorgiamo di quanto lontano siamo stati portati.
“K-drone” è un ascolto capace di deformare il tempo. Forse la musica, con tutta la sua vertiginosa psicoacustica, è essa stessa la droga.
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Simanský Va?ko Podracký: Bandcamp
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