Infezioni, 250mila casi di sepsi l’anno ma in Italia cure disuguali tra Nord e Sud
In Italia si stimano circa 250.000 casi di sepsi l’anno, con un numero di morti compreso tra 50.000 e 70.000 secondo quanto rilevato dal ministero della Salute e dalla Società scientifica Siaarti. Circa la metà dei sopravvissuti sviluppa la Sindrome Post-Sepsi, con deficit cognitivi, disturbi della salute mentale e debolezza fisica persistente; nel nostro Paese, un terzo dei pazienti anziani sopravvissuti a un evento settico muore comunque entro un anno dalla dimissione a causa delle fragilità residue.
In Europa la sepsi colpisce circa 377 persone ogni 100.000 abitanti l’anno: un’incidenza superiore a quella di infarto del miocardio e ictus cerebrale, le due emergenze tempo-dipendenti più note. Eppure, a differenza di queste, la sepsi resta largamente sconosciuta ai cittadini e priva di percorsi codificati uniformi in ogni struttura sanitaria.
L’identikit
La sepsi è la risposta disregolata dell’organismo a un’infezione, capace di danneggiare i propri stessi organi fino alla disfunzione multiorgano. Quando questa risposta degenera in gravi anomalie circolatorie, cellulari e metaboliche, si parla di shock settico: la forma più grave della malattia, con una mortalità intraospedaliera che in Europa oscilla tra il 20% e il 30%, fino a superare il 40% nei casi più gravi. Lo shock settico può essere l’esito di un riconoscimento tardivo della sepsi o di un trattamento iniziale non tempestivo o non adeguatamente mirato: per questo la rapidità della diagnosi è l’unica leva davvero decisiva sulla prognosi.
Il “tempo” vale quanto la terapia
Il dato più eloquente riguarda proprio la variabile temporale: ogni ora di ritardo nella somministrazione della terapia mirata, dopo l’insorgenza dello shock, riduce la probabilità di sopravvivenza di circa il 7-8%. Un margine che nella pratica ospedaliera italiana non è però garantito in modo uniforme, come rivela il nuovo Position Paper elaborato da Cittadinanzattiva e realizzato con il contributo non condizionato di AOP Health: il 68,6% dei professionisti sanitari rileva differenze significative nella gestione della sepsi tra turni diurni/feriali e notturni/festivi, legate soprattutto alla ridotta disponibilità dei laboratori di microbiologia e del personale nelle ore serali.
Numeri da capogiro
A livello globale, nel 2021 la sepsi ha causato 166 milioni di casi e circa 21,4 milioni di decessi – il 31,5% della mortalità mondiale totale – secondo le stime del gruppo GBD 2021 Global Sepsis Collaborators pubblicate su Lancet Global Health. In Europa sono circa 3,4 milioni le persone colpite ogni anno; il 40% dei ricoveri richiede il passaggio in Terapia intensiva, con degenze mediamente tre volte più lunghe rispetto ad altre patologie acute.
Il Position Paper
Il documento nasce da un’indagine civica condotta da Cittadinanzattiva tra il 29 luglio 2025 e il 31 gennaio 2026, che ha raccolto le risposte di 172 professionisti sanitari – prevalentemente infettivologi (55,9%), specialisti di medicina d’urgenza (20%) e anestesisti-rianimatori (8,2%) – oltre a interviste qualitative con rappresentanti di società scientifiche e federazioni. La criticità più segnalata è la mancanza di percorsi uniformi e condivisi, indicata dal 55% dei professionisti per la sepsi e dal 41,9% per lo shock settico. Il 35,3% degli intervistati dichiara che nella propria struttura non esiste alcun protocollo aziendale specifico per la diagnosi della sepsi, quota che scende al 31,4% per lo shock settico. Il 70,9% rileva criticità comunicative o organizzative nel coordinamento tra le diverse unità coinvolte nella gestione del paziente.
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