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IGN Retro: Lionheart: Legacy of the Crusader

Provate a immaginare un gioco di ruolo classico dalla visuale isometrica e basato su un motore grafico simile all’Infinity Engine già usato per capolavori come i primi due Baldur’s Gate. Le regole che muovono il tutto sono una variante del sistema SPECIAL dei primi due Fallout – quelli che mi piace chiamare i “veri” Fallout – mentre l’ambientazione è qualcosa di inedito, mai usato prima: un’Europa medievale in piena crisi a causa dell’Inquisizione spagnola. Durante la terza crociata una sorta di disgiunzione magica ha causato lo sprigionarsi di energie sovrannaturali in tutto il mondo, dando vita a poteri e alla nascita di varie creature non umane.

In questo gioco di ruolo c’è anche la possibilità di incontrare veri giganti del passato, come Leonardo da Vinci o Shakespeare, mentre si affronta un mondo caratterizzato dal razzismo dilagante verso uomini bestia o creature fatate che cercano di integrarsi, o che sono nate da genitori umani, causando non poche tragedie e sofferenze.

alcune zone erano create con una cura paragonabile a quella di baldur’s gate.

Ecco. Provate a immaginare un gioco di ruolo vero e proprio con queste caratteristiche, in cui è possibile esplorare, affrontare quest dalle molteplici soluzioni con un sistema di creazione e sviluppo versatile e in grado di generare qualsiasi personaggio abbiate in mente. Pensate alle potenzialità, alle opportunità per interpretare PG che possono andare da un licantropo malvisto dall’Inquisizione e dagli umani, passando per un mago temuto e odiato fino a un inquisitore razzista e crudele, con ogni sfumatura tra questi estremi.

Lionheart, sviluppato da Reflexive Entertainment e pubblicato su PC nel 2003, era tutto questo. Ricordo che il mio primissimo personaggio è stato proprio un “uomo lupo”, e il mondo di gioco reagiva esattamente come mi aspettavo: sfiducia da parte degli umani, curiosità legata alle menti più brillanti e aperte, odio e soprusi nutriti dagli inquisitori (almeno fino a quando non comunicavo loro il mio disappunto squartandoli in otto parti diverse).

Un’alchimia quasi perfetta

Per le prime fasi di gioco Lionheart mantiene tutte le promesse: bei dialoghi, ottima colonna sonora, recitazione convincente con un doppiaggio di alto livello, e un mondo di gioco in cui è un piacere muoversi. Il protagonista, un lontano discendente di Riccardo Cuor di Leone, ha lo scopo di sopravvivere a quanto sta avvenendo nel mondo e trovare la sua strada. Dopo i primi passi ci si imbatte in quattro diverse fazioni caratterizzate da codici morali ben precisi, anche se soltanto uno era davvero adatto al mio “licantropo”.

i dialoghi erano governati dalle abilità del personaggio, e piuttosto liberi.

Sembra magnifico ed estremamente interessante, vero? E lo era, come ho detto, almeno nelle fasi iniziali. A causa di problemi economici e del successo sfrenato di Diablo II, qualcuno decise di cambiare la mira di Lionheart rendendolo un clone del titolo di Blizzard. Il risultato di questa scelta, purtroppo, è stato pessimo: se prendi un gioco profondo, ambientato in un mondo interessante, e da circa un terzo della storia in avanti lo rendi un “ammazzatutto” fatto male e sviluppato senza le competenze giuste, le cose non possono funzionare.

Conseguenze a largo spettro

Chi giocava a Lionheart si trovava quindi tra le mani qualcosa che poteva aspirare a diventare un capolavoro dei GdR nel primo terzo della partita, ma che per i successivi due proponeva una serie di combattimenti senza senso contro nemici numerosissimi. Questo obbligava anche a generare personaggi esperti nelle battaglie perché, se si cercava di sfruttare le potenzialità dello SPECIAL per crearne di abili nel dialogo o nei sotterfugi, diventava quasi impossibile procedere.

Purtroppo oggi Lionheart viene relegato alla mediocrità, ricordato al massimo come esperimento interessante anziché essere accomunato a pietre miliari come Arcanum. Vorrei poter dire che l’esperienza di gioco torna a risollevarsi nel finale ma, malauguratamente, non è così. Si tratta in ogni caso di uno di quei pochissimi titoli che alternano momenti di eccellenza assoluta (alcune delle missioni dell’Inquisizione o dei Templari sono memorabili, e non solo quelle) a momenti di grande noia. Mi piace pensare a Lionheart come a una sorta di monito, un esempio di come il talento degli sviluppatori debba essere lasciato libero di agire, senza interferenze per seguire il miraggio della “next big thing”.

Qualcosa del genere capitò anche alla serie Fallout, laddove dai piani alti venne presa la decisione di cancellare il terzo capitolo “originale”, noto come progetto Van Buren, a favore di Fallout: Brotherhood of Steel, inseguendo la promessa di “soldi facili” e meccaniche più leggere. Considerata la natura di certe scelte, mi chiedo cosa sarebbe potuto essere oggi Lionheart se non fosse stato sabotato da chi, certamente, non aveva idea di cosa fosse un buon gioco di ruolo. Il titolo è attualmente in vendita su Steam e GOG: da sperimentare resta interessante, a patto di tenere presente il crollo dopo le fasi iniziali.


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