Economia

Fs multata per il chiodo che bloccò Roma Termini: 1,75 milioni per “grave negligenza”

ROMA – Un chiodo piantato nel posto sbagliato non basta più a spiegare il blackout che il 2 ottobre 2024 paralizzò Roma Termini causando ritardi e cancellazioni in tutta Italia. Dietro il collasso c’erano sistemi di allarme insufficienti, sistemi di riserva incompleti, un’anomalia non individuata dai tecnici e perfino una procedura interna rimasta inapplicata.

Sono queste carenze,prova di una “negligenza grave”, a costare a Rete ferroviaria italiana (la società di Fs che gestisce i binari e le stazioni) una multa da un milione e 750 mila euro.

La sanzione viene decisa dall’Autorità dei Trasporti con la delibera numero 163 del 2026. Rfi, società del Gruppo Fs che gestisce la rete nazionale, dovrà pagare entro trenta giorni. Potrà presentare ricorso al Tar del Piemonte entro sessanta oppure ricorso straordinario entro centoventi.

Alle 1,30

L’incidente iniziò all’1.30 della notte, quando un’impresa appaltatrice danneggiò un cavo elettrico durante alcuni lavori, a Termini. I tecnici per le emergenze furono avvertiti all’1.45 e arrivarono sul posto intorno alle 2.20. La linea elettrica compromessa, alimentata da Acea, venne disattivata.

Ma nessuno rilevò il blocco della “logica” (della scheda computer) all’interno della cabina di media e bassa tensione. Eppure proprio quel blocco impedì il passaggio automatico alla seconda alimentazione, quella di riserva, che era disponibile.

Neanche il gruppo elettrogeno entrò in funzione. Il sistema rilevava (erroneamente) la presenza dell’alimentazione ferroviaria a media tensione, malgrado il blocco della “logica” della cabina impedisse alla corrente di raggiungere gli apparati.

Le batterie di continuità

Alla fine tennero in vita il sistema soltanto le batterie di continuità. Qui un nuova anomalia. La loro attivazione non venne segnalata a causa di un ulteriore guasto. Quindi le batterie si esaurirono alle 6.20, proprio mentre iniziava la fascia di maggiore traffico pendolare.

A quel punto si spensero gli impianti tecnologici che governano la circolazione a Roma Termini e Roma Tiburtina. L’emergenza fu dichiarata formalmente alle 6.30. Alle 8.50 vennero rialimentati e riconnessi i primi sistemi. La piena funzionalità tornò alle 9.15, ma le conseguenze continuarono fino al tardo pomeriggio con un impatto sui viaggiatori che l’Autorità definisce ora “gravissimo”.

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59 minuti a testa

Secondo la prima ricostruzione trasmessa da Rfi, furono coinvolti 1.165 treni, che accumularono complessivamente 69.267 minuti di ritardo: in media 59 minuti ciascuno. Le soppressioni furono 680, di cui 476 totali e 204 parziali. Altri 31 convogli furono deviati da Roma Termini. I disagi colpirono i treni regionali, l’Alta velocità, gli Intercity e anche il traffico merci.

A questo proposito, l’Autorità spiega che le avarie a catena hanno leso “il diritto costituzionale alla mobilità dei passeggeri”, ma hanno anche danneggiato le altre aziende del trasporto, come Italo che devono contare sulla “piena e corretta disponibilità dell’infrastruttura ferroviaria”,

Avarie a catena, certo. Tra le 6.20 e le 8 a Termini non funzionarono neppure i tabelloni e gli annunci sonori. A Tiburtina rimasero spenti i monitor, mentre continuarono a funzionare gli altoparlanti. Rfi inviò personale nelle stazioni e rallentò l’afflusso verso Roma: i treni provenienti da Firenze e Napoli furono instradati sulle linee convenzionali, mentre numerosi servizi vennero cancellati, limitati o attestati in altri impianti.

La delibera non attribuisce invece l’incidente alle Sim senza credito inserite nelle centraline di allarme, ipotesi circolata nei mesi successivi al blackout. Rfi ha negato che il guasto fosse riconducibile a questa circostanza.

L'IMPATTO SUI PRINCIPALI TRENI (Fonte: ART)

L’IMPATTO SUI PRINCIPALI TRENI (Fonte: ART) 

Gli alert inadeguati

La contestazione dell’Authority si concentra su elementi diversi: l’assenza o il mancato funzionamento di allarmi adeguati, la mancanza di una ridondanza degli apparati logici, il ritardo nell’individuare il blocco della cabina e la disapplicazione di una specifica interna della stessa Rfi.

Quest’ultimo elemento è stato rilevato anche dall’Ansfisa, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie. L’Agenzia non ha riscontrato violazioni delle norme di sicurezza della circolazione o degli standard tecnici obbligatori. Ha però confermato che non era stata applicata una procedura interna che impone di riportare alle postazioni dei responsabili gli allarmi relativi ai malfunzionamenti dei sistemi di alimentazione.

Rfi ha respinto l’accusa di negligenza. Durante il procedimento ha sostenuto che il blackout fosse un “mero guasto” provocato da un’azione non prevedibile e successivamente gestito attraverso gli interventi necessari.

Il nodo della competenza

La società ha ricordato di avere redistribuito la capacità ferroviaria residua senza discriminazioni tra le compagnie e ha contestato perfino la competenza dell’Autorità a intervenire su aspetti che considera di natura tecnico-operativa. Ha inoltre sottolineato che il ministero delle Infrastrutture, dopo aver ricevuto una relazione sull’incidente, non aveva formulato contestazioni.

L’Autorità ha respinto queste difese. La sanzione, precisa, non nasce dal semplice danneggiamento del cavo. Nasce dall’incapacità del sistema predisposto da Rfi di contenere gli effetti del guasto. Un’infrastruttura complessa può essere colpita da anomalie elettriche o da errori durante i lavori. Proprio per questo, osserva l’Authority, deve disporre di allarmi, procedure e sistemi alternativi capaci di garantire la continuità del servizio.

La multa poteva arrivare a due milioni di euro perché l’Autorità ha riconosciuto la reiterazione della violazione, richiamando due precedenti provvedimenti contro Rfi del 2023 e del 2025.

Da questo importo l’Authority ha sottratto 250 mila euro. Dopo il blackout, Rfi ha infatti potenziato e remotizzato gli allarmi e introdotto nuove procedure che impongono una verifica sul posto anche quando non arrivano altre segnalazioni. Restano così da pagare 1,75 milioni.


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