Decreto bollette al palo, così l’Italia continua a pagare più degli altri Paesi europei
ROMA – Certi tweet invecchiano male. «Il decreto Bollette è legge», scriveva su X Giorgia Meloni l’8 aprile, dopo la conversione di un provvedimento di elefantiaca gestazione. «Un decreto concreto e coraggioso, che pone le basi per abbassare in modo strutturale il costo dell’energia, e garantirà risparmi a famiglie e imprese». Il governo li quantificò pure: ben 5 miliardi di euro. Avanti veloce ad oggi e nelle bollette di imprese e famiglie italiane non si vedono risparmi, solo rincari. Colpa della crisi di Hormuz, che in un’estate rovente ha spinto i prezzi di gas ed elettricità in Europa ai massimi da tre anni. Ma colpa anche di una norma rimasta in gran parte lettera morta, tra obiezioni di Bruxelles e lungaggini attuative, con il risultato che l’Italia continua a subire più di tutti. Da noi i prezzi all’ingrosso di metano ed elettricità restano i più alti del continente, pessima premessa per un inverno che sul fronte energetico si annuncia difficile.


Lo spread del gas
Partiamo dal metano, che in questi giorni al mercato Ttf di Amsterdam – riferimento europeo – è balzato oltre i 70 euro. Il decreto Bollette prevedeva un meccanismo per azzerare lo spread, cioè l’ulteriore extra costo pagato sul mercato italiano (Psv), circa 3 euro con punte oltre i 4. La buona notizia è che le risorse ci sono, abbondanti, ora che Snam ha venduto le riserve straordinarie accumulate durante la crisi del 2022. La cattiva che il meccanismo non parte. Dalla consultazione pubblica effettuata dall’autorità per l’Energia (Arera), che deve definirne il funzionamento, sono emerse varie obiezioni, in particolare dei trader europei, per gli effetti distorsivi sul mercato. Obiezioni su cui la Commissione non si è formalmente espressa. Le sigle delle industrie energivore, da Assocarta a Gas Intensive, sollecitano l’attuazione, ma che si parta ad ottobre, come aveva detto l’Arera, appare a questo punto difficile.
Lo stop dell’Europa
E l’interlocuzione con l’Europa si è rivelata ancora più complessa sull’intervento che avrebbe dovuto ridurre (di molto, per tutti) il prezzo dell’elettricità, in un Paese dove – complici i ritardi sulle rinnovabili – questo resta legato a doppio filo al gas. La misura prevedeva di scontare il prezzo dei certificati di emissione di CO2 (gli Ets) alle centrali termoelettriche, in modo che non entrasse nel prezzo all’ingrosso, recuperandolo poi nelle bollette. Quasi subito è arrivato un telefonato stop: nel quadro sugli aiuti di Stato per rispondere alla crisi in Medio Oriente Bruxelles ha messo in chiaro che il meccanismo Ets non si tocca. È ammissibile una compensazione sui rincari della materia prima gas, simile al “tetto” introdotto in Spagna nel 2022, e in effetti Arera ha messo in consultazione un meccanismo simile. Ma oltre alla difficoltà di negoziare il valore del tetto, servirebbe una modifica della norma. Infine, sempre nell’ottica di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, non è attiva neppure la piattaforma per i contratti di lungo periodo tra produttori rinnovabili e imprese.


Il ritardo nelle rinnovabili
E così del famoso decreto Bollette sono partiti solo il bonus una tantum da 115 euro per le famiglie vulnerabili e i mini sconti sugli oneri di sistema per le imprese, di fatto già cancellati dai maxi rincari. Restano al palo le misure strutturali, che avrebbero dovuto garantire gran parte dei 5 miliardi di risparmi e ridurre stabilmente il gap competitivo del nostro mercato. Intanto un prossimo decreto Imprese promette (di nuovo) di snellire la burocrazia degli impianti rinnovabili, la fonte energetica meno cara. Ma in Italia frenata da un groviglio di norme – tra Stato e Regioni – che sarà difficile sbrogliare.
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