il ritorno di Danny Boyle
E se più furbo e spregiudicato di Rupert Murdoch, il celebre editore di The Sun (futuro magnate di Fox News), fosse stato Larry Lamb, che quel quotidiano scandalosissimo lo diresse e inventò giorno per giorno, pagina per pagina, seno nudo per seno nudo, a partire dal 1969? Vi pare un dilemma da poco, una quisquilia per addetti ai lavori. Eppure Ink, il film d’apertura di Venezia 83, diretto dal premio Oscar Danny Boyle, racconta una specie di vicino Big Bang dell’informazione, l’intoppo del sistema da cui tutto “il male” ebbe inizio. Prima dei social e del clickbait, delle paturnie virtuali per il porno e per le sbirciate su OnlyFans, ci fu The Sun. Ovvero il padre, e la madre, di tutti i tabloid scandalosi inglesi.
L’angolazione storica italiana non permette di avere bene in mente l’epifania giornalistica che rappresentò quel quotidiano per gli inglesi e per il mondo della stampa internazionale (qualcosa di simile qui lo fece Nino Nutrizio con La Notte, pure con un certo anticipo sugli inglesi). Traendo spunto da una pièce teatrale di James Graham, Boyle si incunea nelle febbrili ore che videro rinascere il giovane ma già malconcio The Sun, quando nell’ottobre del 1969 l’imprenditore australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce), già attivo con il settimanale scandalistico News of the World, convoca in un ristorante di Fleet Street, sede di quasi tutti i quotidiani britannici dell’epoca, Larry Lamb (Jack O’Connell), caposervizio un po’ bistrattato del Mirror per le regioni del Nord, e gli pone (su un tovagliolo) l’offerta che non può rifiutare.
Dirigere l’appena acquistato The Sun, uscendo radicalmente dall’impasse dei giornaloni che impongono gerarchia politica delle notizie (l’intemerata sul Guatemala, mica male), snobistico valore delle opinioni e intonso senso morale, oltre che a un bel po’ di soldi. L’impressione è che a quel tavolo sia Murdoch a spingere nel ribaltare abitudini e metodo editoriale. Anche se in pochi istanti il verbo del “diamo alla gente quello che vuole” diventerà il mantra proprio per l’inizialmente guardingo Lamb. L’allievo che supera il maestro. Il direttore che scavalca l’editore.
Questo, del resto, è Ink in tutta la sua rocambolesca e scatenata ricostruzione dell’ironico reclutamento di vicedirettori, redattori, capiservizio e fotografi, e nella scalpitante composizione giornaliera di un quotidiano da inventare per fare quattrini e superare il concorrente Mirror (la tabella sulla parete con l’indice delle vendite è un delizioso chiodo fisso che vale ancora oggi per tutti gli editori).
Quando il 17 novembre 1969 esce il primo numero targato Lamb/Murdoch, le vendite sono buone ma non eccezionali e il patron non pare contento. Tocca mettere mano al profondo desiderio dei lettori. Lamb estrae la lavagnetta e con un pennarello rosso, tra le decine di redattori, comincia a tirar giù le passioni di ognuno. Donne (mezze nude), meteo, oroscopo, programmi tv e premi ai lettori. Formula “Win, free, love”. Dalla terza pagina scompaiono poeti e romanzieri e si introducono schiene ignude di fanciulle. The Sun si trasforma definitivamente, questa volta sì, in qualcosa di perentoriamente “cheeky”, di sfacciato, con Lamb esaltato come un pazzo e Murdoch che non sembra proprio gioire del risultato.
Quando la moglie del vicedirettore editoriale viene rapita da due stranieri squilibrati, pensando che invece la donna sia la moglie di Murdoch, sarà Lamb, spregiudicato all’ennesima potenza, anche contro il parere dell’austero e defilato Rupert, a spingere sull’acceleratore per pubblicare aggiornamenti, appelli, lettere della rapita, contrariamente al parere di Scotland Yard. Risultato? The Sun diventa il primo quotidiano inglese con oltre due milioni e mezzo di copie vendute, ma l’etica professionale volutamente a brandelli.
Boyle lascia che giudizi politici ed epigoni chez Murdoch (la Fox, appunto, e tutta la compagnia cantante anni Novanta-primi Duemila) appaiano negli ultimi istanti del film, con un montaggio cronachistico horror, consegnandoci invece un ritratto vivido e travolgente sul pionieristico tentativo di un’editoria popolare e populista che, nell’annientare bon ton e tradizione, incuneandosi nella ricerca di una verità spicciola (la prima pagina sul bambino che protesta sull’arresto dei Babbi Natale), raggiunge l’unico vero obiettivo prefissato: vendere a palate.
Certo, la traiettoria di un senso di rivalsa sociale di Lamb, figlio della plebe, verso quell’understatement culturale british modello “casta”, concentrata addosso a un prepotente, intenso O’Connell che si sporca le mani di inchiostro per far girare le rotative degli operai in sciopero, pare fare capolino tra le pieghe di un racconto vertiginoso e divertente. Marchio Boyle purissimo, insomma, sulla scia dei suoi migliori titoli d’intrattenimento, con tanto di sequenze simil-oniriche da capogiro (i viaggi in metro tra Murdoch e Lamb) e l’autocitazione dei cessi luridi e tossici di Trainspotting.
E per l’apertura di Venezia 83 ripetiamo comunque: meglio un buon film commerciale che un mediocre film d’essai.
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