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Malattia della pioggia in aumento in Europa: cosa sta cambiando nei contagi secondo Pregliasco

L’Ecdc ha segnalato nell’estate 2026 in Europa un aumento dei casi di dermatofilosi, infezione cutanea causata dal batterio Dermatophilus congolensis, perché i focolai osservati da dicembre 2025 fanno ipotizzare una possibile trasmissione anche tra persone attraverso contatti fisici stretti. Il quadro, aggiornato al 20 agosto 2026, parla di 123 casi in 10 Paesi europei e di un fenomeno che le autorità sanitarie stanno seguendo con attenzione, senza indicare al momento un rischio elevato per la popolazione generale.

Dermatofilosi, i casi in Europa e il monitoraggio dell’Ecdc

La dermatofilosi, conosciuta anche come “malattia della pioggia”, era finora considerata soprattutto un problema di ambito veterinario: il batterio Dermatophilus congolensis colpisce bovini, cavalli, pecore e altri animali domestici o selvatici. Nell’uomo, invece, le infezioni erano ritenute rare e in genere legate al contatto diretto con animali infetti o materiali contaminati. Eppure, negli ultimi mesi, qualcosa è cambiato nella sorveglianza europea.

Nel report del 17 giugno, l’Ecdc, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, aveva già indicato focolai registrati da dicembre 2025 in Francia, Germania, Spagna, Svezia e Norvegia. Nel documento diffuso il 21 agosto, l’elenco si è ampliato: i casi risultano segnalati in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Non numeri grandi, ma abbastanza insoliti da accendere un faro.

L’agenzia europea ha parlato di un “possibile cambiamento nelle dinamiche di trasmissione”, indicando come via più probabile il passaggio da persona a persona tramite stretto contatto fisico. Non viene esclusa, ha precisato l’Ecdc, una trasmissione indiretta attraverso superfici e oggetti contaminati. Una formula prudente, da sorveglianza epidemiologica: non un allarme, ma un segnale da seguire.

Trasmissione pelle contro pelle e contesti segnalati

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Ecdc, i casi di infezione da D. congolensis sono stati osservati “prevalentemente, ma non esclusivamente”, tra uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini. Molti pazienti, riferisce l’agenzia, avevano frequentato di recente luoghi in cui si pratica sesso all’interno di locali, comprese le saune. Il dato descrive un contesto di esposizione, non una categoria di rischio in senso assoluto.

Il caso più recente a finire sulle pagine del Bmj riguarda il Regno Unito, dove è stata rilevata per la prima volta un’infezione cutanea a trasmissione sessuale collegata a questo batterio. L’Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria ha spiegato alla rivista che il caso è stato identificato in Scozia ed è associato alla frequentazione di un locale adibito ad attività sessuali. Pochi dettagli, come spesso accade nelle comunicazioni sanitarie, ma sufficienti a inserirlo nel quadro europeo.

Il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano, ha osservato che la novità riguarda proprio la possibile trasmissione interumana. “Tradizionalmente l’infezione umana era associata soprattutto al contatto diretto con animali infetti o con materiale contaminato”, ha spiegato. Nei casi recenti, invece, è emersa la possibilità di un passaggio attraverso contatto pelle contro pelle, compreso quello durante i rapporti sessuali.

Perché si chiama malattia della pioggia e quali sono i sintomi

Il nome “malattia della pioggia”, ha chiarito Pregliasco, deriva dalle espressioni inglesi “rain rot” o “rain scald”, usate soprattutto per descrivere la dermatofilosi negli animali. Non significa, ha precisato, che ci si ammali prendendo la pioggia. Il riferimento nasce dal ruolo dell’umidità persistente, che favorisce la macerazione della pelle e rende più facile l’attività del batterio.

Nell’uomo la dermatofilosi provoca in prevalenza lesioni cutanee. Possono comparire papule, pustole, piccole croste, desquamazioni e, in alcuni casi, prurito. Nei casi europei recenti le lesioni sono state osservate in varie aree del corpo: regione genitale e inguinale, cosce, tronco e volto. Un dettaglio non secondario per i medici, perché la diagnosi può non essere immediata.

Il problema, ha spiegato ancora Pregliasco, è che queste manifestazioni possono assomigliare a quelle di altre infezioni dermatologiche o sessualmente trasmesse. Serve quindi una valutazione clinica, e quando necessario un esame microbiologico. La buona notizia, sulla base dei dati disponibili, è che la malattia nell’uomo appare in genere lieve: i casi osservati hanno risposto alla terapia antibiotica, locale o sistemica, e nei focolai europei non sono emerse complicanze gravi.

Rischio basso per la popolazione generale, Italia senza casi segnalati

Le persone considerate più esposte restano anzitutto quelle che hanno contatti frequenti con animali: allevatori, veterinari, addetti agli allevamenti. Nell’attuale situazione europea, però, meritano attenzione anche coloro che hanno contatti cutanei ravvicinati con molte persone, soprattutto in ambienti caldo-umidi e condivisi. Un elemento in più riguarda chi presenta abrasioni o alterazioni della barriera cutanea: una piccola ferita, in questi casi, può fare la differenza.

La prevenzione, ha ricordato Pregliasco, passa da misure semplici: evitare il contatto diretto con lesioni sospette, non condividere asciugamani, indumenti e biancheria con una persona infetta, curare l’igiene personale e proteggere eventuali ferite. In presenza di lesioni insolite dopo un’esposizione a rischio, il consiglio è rivolgersi al medico. Solo allora, se indicato, si procede con gli accertamenti.

Il messaggio delle autorità sanitarie resta misurato: la dermatofilosi non viene descritta come una nuova emergenza infettiva, ma come un fenomeno insolito da sorvegliare. Il dato scientifico più rilevante è la possibile evoluzione delle modalità di trasmissione di Dermatophilus congolensis, un batterio che fino a poco tempo fa interessava quasi soltanto il mondo veterinario. L’Italia, al momento, non risulta tra i Paesi che hanno segnalato casi nell’ambito di questo evento; per la popolazione generale, il rischio viene indicato come molto basso.


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