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“A Gaza morte e distruzione non hanno spento il desiderio di vita”. Il racconto di Pizzaballa sui giovani palestinesi che vogliono tornare a studiare

“Quando noi pensiamo a Gaza pensiamo soprattutto a morte e distruzione, ma c’è anche tanta vita: quei ragazzi sono pieni di vita, di desiderio di vita“. Sono le parole pronunciate dal cardinale Pierbattista Pizzaballa al Meeting di Rimini, nell’incontro conclusivo della 47ª edizione, “Scrutando il cielo di Gerusalemme”, dialogando con alcuni giovani e con la giornalista Alessandra Buzzetti.
Nel lungo confronto, il patriarca latino di Gerusalemme trova proprio nell’immagine di seicento giovani palestinesi che, tra edifici devastati e famiglie ferite dalla guerra, si rimboccano le maniche per rimettere in sesto ciò che resta della loro università una delle risposte più potenti alla domanda che attraversa il Medio Oriente: se, dentro una tragedia che sembra avere consumato ogni spazio, esista ancora una ragione per sperare.

Tutta la sua riflessione è percorsa da una convinzione irriducibile: la pace non può essere ridotta a una parola buona per ogni occasione, né la politica può ignorare rapporti di forza, interessi e sicurezza. Il problema nasce quando queste dinamiche smettono di essere una componente dell’azione politica e ne diventano l’unico orizzonte.
Dobbiamo evitare di ridurre la pace a uno slogan e anche di avere approcci ingenui a una realtà complessa”, osserva Pizzaballa. La politica, spiega, “è fatta anche di equilibri di interessi, di sicurezza, di relazioni di potere, di equilibri di forza». Sarebbe illusorio immaginarla completamente libera da queste dinamiche: “Il problema è quando l’azione politica si riduce semplicemente a interessi di parte, equilibri di forza e così via”.

Il patriarca individua quindi una delle radici più profonde della crisi mediorientale: “Si è perso il senso del bene comune e sembra che quello che deve guidare le istituzioni politiche sia semplicemente ciò che è buono per sé. Non solo per la politica, ma anche per la propria parte politica”. La pace, dunque, non nasce dalla negazione della politica, ma dalla capacità di restituirle il suo fine. Occorre che qualcuno continui ad alzare la voce e a ricordare “per chi lavora la politica” e quale sia “il bene comune che non deve essere disatteso e dimenticato”.
In questa responsabilità Pizzaballa coinvolge direttamente anche le religioni. Leader religiosi e pastori, sostiene, non possono limitarsi a osservare o delegare ogni responsabilità ai governanti. A volte devono avere il coraggio di indicare un limite: “Giovanni Battista diceva a Erode: “Non ti è permesso”. Anche noi dobbiamo a volte assumerci la responsabilità di ricordare questo”.

Ma la politica, insiste il cardinale, non coincide con i palazzi del potere. È anche ciò che accade dal basso, nelle comunità, nelle associazioni e nei rapporti tra le persone. Le istituzioni politiche locali e internazionali mostrano oggi “la loro debolezza” e la loro incapacità di intercettare la necessità di lavorare per il bene comune, ma questo fallimento non esaurisce ciò che accade nelle società israeliana e palestinese.
Fa molto chiasso la violenza e la guerra, ma c’è anche tanto bene, ci sono anche tante realtà belle”, sottolinea Pizzaballa. La società civile, ricorda, non è un’entità astratta: prende il volto di persone, associazioni e comunità, di giovani e adulti che continuano a mettersi in gioco e a fare qualcosa insieme.

Il patriarca si sofferma poi sulla situazione di Gaza. Racconta che durante una delle sue visite alla parrocchia della Striscia, dopo il consueto passaggio nelle istituzioni cattoliche e alla Caritas, gli chiesero con insistenza di raggiungere la vicina università Al-Azhar. Inizialmente il porporato era riluttante: il tempo era poco e, in una situazione tanto delicata, anche un incontro imponeva attenzione agli equilibri. Alla fine, però, cedette alle insistenze del rettore e di alcune ragazze, accompagnando la decisione con una battuta: “Va bene, andiamo. Ormai, a questo punto, tanto me ne hanno dette di tutti i colori: una più, una meno, non cambia molto“.
Quello che trovò all’università diventa una delle immagini più forti del suo intervento: c’erano più di seicento ragazzi e ragazze, giovanissimi, che non aspettavano che qualcuno ricostruisse per loro. Si erano messi al lavoro per recuperare e rendere nuovamente utilizzabile ciò che restava dell’ateneo, perché volevano tornare a studiare.

Poi cominciarono le domande. Pizzaballa si aspettava la guerra, la politica, il conflitto. Invece accadde tutt’altro: “Tantissime domande, nessuna sulla guerra: solo sulla mia esperienza personale, sul cristianesimo, sulle relazioni, sulla vita”.
Tra quei ragazzi c’era Ahmad, “musulmanissimo”, come lo definisce il patriarca, che si era preparato addirittura una domanda in latino. Un particolare che sorprese Pizzaballa e che gli offre l’occasione per un altro guizzo di ironia: “Se vado nella nostra università pontificia, credo che non saprebbe fare una domanda in latino”.
La domanda in latino di Ahmad, emblema di un popolo che si oppone alla barbarie attraverso la custodia della conoscenza, racconta già da sola una realtà molto più complessa delle categorie attraverso le quali il conflitto viene spesso osservato da lontano.

Ma è ciò che accadde subito dopo a consegnare al patriarca una delle immagini più memorabili di quella visita. Nel corso di una risposta Pizzaballa affermò con nettezza: “Per noi cristiani è costitutivo il rifiuto di ogni forma di violenza”. Non fece in tempo a terminare la frase che accade qualcosa di inatteso: la platea di giovani gazawi esplose in una standing ovation immediata e travolgente. Un applauso che come spiega il religioso, era una sorta di referendum collettivo contro la violenza come strumento di liberazione.


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