Catanzaro: l’economia fantasma della città e i tentacoli della ’ndrangheta
Società con sede legale in un bar, sconosciute al fisco eppure capaci di movimentare centinaia di migliaia di euro, ma soprattutto attività commerciali gestite da “teste di legno” per conto dei più potenti sodalizi di ‘ndrangheta. Questa la fotografia di una parte dell’economia cittadina che emerge dalle oltre 500 pagine delle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro nell’ambito del processo di secondo grado scaturito dall’inchiesta Basso profilo condotta dalla Direzione distrettuale antimafia.
Vere e proprie aziende fantasma, coma la Da. Pa. di Daniela Paonessa (condannata a 5 anni e 5 mesi). Avrebbe movimentato sui propri conti poco meno di 400mila euro. Eppure risulta non avere una sede o un complesso aziendale e il Comune di Catanzaro «non ha mai avuto notizie in ordine ad attività avviate dalla società in esame sul territorio di riferimento». Per gli inquirenti è l’esempio del sistema di società cartiere messo in piedi dall’imprenditore Umberto Gigliotta. «Le rilevanti e non giustificate uscite di denaro, facenti riferimento a generiche “fatture”, cui facevano fronte ingenti e innumerevoli prelievi di contanti tali frenetiche attività delineano in maniera cristallina il meccanismo posto in essere, ossia quello dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti, all’evidente scopo di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto». Altra società la Da.Pa. Graphic risultava avere sede operativa invece in un noto bar del centro storico. C’è poi il caso dell’associazione artistico culturale Mythos che ha registrato redditi per 20mila euro ma sul conto corrente sono stati movimentati oltre 310mila euro.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale
Source link




