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Enrico Vanzina: “In ginocchio davanti a Varenne: avevo la febbre da cavallo”


A Enrico Vanzina arriva un WhatsApp: Mandrake e Varenne sono di nuovo insieme. Con il messaggio u cuore e il trailer di Febbre da cavallo 2 – la madrakata. Gigi Proietti che dialoga con il cavallo più forte di tutti i tempi: allora non è vero che gli manca solo la parola.

«E io posso dire che l’ho toccato».

E quando l’ha visto?

«Mi sono inginocchiato».

Addirittura.

«Certo. E non ci si mette in ginocchio per chiunque. Ma lui è il più grande di tutti. E io ero proprio emozionato. L’avevo fatto solo un’altra volta».

Quando?

«Quando ho visto Pelé».

E quindi nel trailer del seguito del film girato da suo papà Steno, scritto e diretto da lei e suo fratello Carlo, Varenne parla con Mandrake.

«L’abbiamo fatto parlare, ma ha dovuto rispondere a Gigi Proietti con umorismo ed educazione perché Varenne era elegante».

Lei ha pensato a Varenne per promuovere il film?

«L’ho voluto a tutti i costi, lo dovevo vedere, era bellissimo. Non era mica brutto come Ribot, l’unico altro cavallo leggendario. E come lui non voleva vedere il muso di un altro davanti».

Prima sua esperienza nel cinema proprio in Febbre da cavallo. Un caso?

«A quel tempo ero fissato con i cavalli. Li amavo, ero proprio attratto. Vedevo tante gare, a Tor di Valle, a Capannelle, gli ippodromi dove si andava, c’era un mare di gente. Ma soprattutto passavo le giornate in sala corse, in mezzo a giocatori avevano sempre un cavallo sicuro. Uno dei posti più democratici del mondo».

Perché?

«Lì c’è parità sociale. Vera. Assoluta. C’è il principe e quello che sta in bolletta, non esiste povero e ricco, ci sono solo i matti, tutti uguali, con un solo argomento, con gli occhi fissi, la frenesia, le certezze. Tutti con la stessa malattia».

I cavalli e il gioco.

«Il gioco dopo Dostoevskij affascina, ma nessuno prima di papà aveva fatto un film su quanto ti travolge. Raccontiamo quel mondo lì, che esisteva: l’incoscienza, la fissazione, i traffici, la certezza. Tutti hanno sempre un cavallo sicuro, c’è sempre il cavallo sicuro. Un’ossessione. E allora non c’erano solo i cavalli».

Cos’altro?

«Meno, ma a quei tempi si giocava anche al cinodrono, levreiri bellissimi che gareggiavano. Una volta anche a me avevano dato un cane sicuro, perché anche lì solo certezze, cani sicuri, cavalli sicuri, che a pochi metri dal traguardo “ha sbandato”».

Si parlava tanto i cavalli in quegli anni, non solo in sala corse.

«C’erano giornali dedicati. Io così mi sono appassionato. Grazie ad amici, la famiglia Giubilo, che aveva anche “l’eco della pista”».

Era un mondo che univa pianeti diversi

«Lontanissimi. Pensi che Mario Camerini, grande regista, giocava e mi portava con lui in sala corse e a vedere il galoppo a Capannelle. Andavamo lui e io, ma io avevo 10 anni, e noi due parlavamo di cavalli. Il regista e il bambino».

E così si è innamorato

«Pensi che a 17 anni avevo anche io il mio cavallo sicuro e con un amico, figlio di ammiraglio, siamo riusciti a entrare al ministero e ritirare lo stipendio. Glielo giuro. Abbiamo fatto una mandrakata».

Lei allora era perfetto per la sceneggiatura di Febbre da cavallo

«Sì, papà non ne sapeva nulla, non conosceva l’ambiente. Non voleva che facessi cinema, ma quando gli hanno proposto il film ha pensato subito a me. Mi ha detto “Volevi scrivere una sceneggiatura? Eccoti la prima, parla di cavalli”. Giannetti aveva già scritto qualcosa, ma poi io ho messo tutto il mondo delle corse dentro. E anche il titolo, l’abbiamo cambiato noi».

Come si chiamava prima?

«Tris. Come il gioco. Quest’anno è il 50esimo anniversario».

Nell’anno in cui muore Varenne

«Che coincidenza».


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