Zuppi e Dandini a Villa Revedin

Parole che possono costruire e parole che possono diventare armi. La guerra che torna a essere considerata uno strumento possibile, l’Europa che rischia di smarrire il progetto dei suoi fondatori, l’intelligenza artificiale e un mondo virtuale nel quale si può perdere il contatto con il volto dell’altro. E poi quel “noi” che, secondo Serena Dandini, ha permesso alle madri costituenti di superare differenze politiche e ideologiche e che oggi sarebbe necessario recuperare. Sono alcuni dei temi al centro del tradizionale incontro di Ferragosto a Villa Revedin, a Bologna, che ha visto confrontarsi il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, e la conduttrice e scrittrice Serena Dandini, autrice del libro Paura non abbiamo.
Zuppi: “Stiamo tradendo il ripudio della guerra”
È soprattutto sulla guerra che le parole del cardinale diventano nette. “Il problema è che purtroppo, oggettivamente, stiamo tradendo il ripudio della guerra”, dice Zuppi. Il riferimento è al significato stesso del verbo scelto dai Costituenti nell’articolo 11 della Costituzione: “Se non ripudiamo la guerra, questo significa delle cose. Ripudiare vuol dire che quello strumento lì non è adeguato, che io rifiuto che ci sia”. Per l’arcivescovo di Bologna anche il principio secondo il quale “se vuoi la pace prepara la guerra” rappresenta un ribaltamento della prospettiva sulla quale venne costruita l’Italia del dopoguerra: “È esattamente il contrario di quello che volevano fare i Costituenti, esattamente il contrario”. Nel concetto di ripudio, sottolinea Zuppi, “c’è anche in nuce che è abrogata la guerra: è lo strumento che non va”.
“Ministero della Guerra? Non posso accettarlo”
Il presidente della Cei si sofferma anche sul peso della terminologia utilizzata nel dibattito internazionale. “Ci deve preoccupare tantissimo, nell’uso sfacciato della semantica, che venga cambiato il ministero della Difesa in ministero della Guerra. Io non lo posso accettare”, afferma. Per Zuppi non sarebbe semplicemente una questione nominale: “Penso che oggettivamente, se tu cambi, vuol dire che riabiliti quello che avevamo rifiutato”. E il principio, ricorda, non riguarda soltanto l’Italia: “Non è soltanto la Costituzione italiana, è tutto l’impianto internazionale che ripudiava la guerra”.
Dandini: “Disarmare le parole per disarmare la Terra”
Sul valore delle parole insiste anche Serena Dandini. “Bisogna disarmare le parole e così riuscire a disarmare la Terra dalle guerre, perché spesso, oltre a quelle vere e drammatiche, ci sono quelle fatte proprio con le parole e con l’odio”, afferma la scrittrice. Dandini parla della necessità di avere “parole chiare in tempi oscuri” e aggiunge un’altra caratteristica: devono essere “parole vere”. “Siamo martellati dalle fake news, dalla propaganda”, osserva, richiamando l’invito di Papa Leone a “disarmare le parole”.
Teresa Mattei e quel “ripudia” nell’articolo 11
Nel suo intervento Dandini torna alle protagoniste raccontate nel suo libro Paura non abbiamo e in particolare a Teresa Mattei, la più giovane tra le donne elette all’Assemblea Costituente. Dandini ne ricorda l’impegno perché nell’articolo 11 della Costituzione fosse utilizzata una parola precisa: “ripudia”. “L’Italia ripudia la guerra”, recita infatti la Carta. Una scelta linguistica che, nella riflessione della scrittrice, assume un significato ancora più forte nel momento in cui la guerra è tornata al centro del dibattito europeo e internazionale. È proprio su quel verbo che le riflessioni di Dandini e Zuppi finiscono per incontrarsi: le parole non sono intercambiabili e modificarne il significato può cambiare anche il modo in cui si guarda alla realtà.
Zuppi contro lo “svuotamento delle parole”
“Sono cresciuto con un fastidio per lo svuotamento delle parole”, racconta infatti Zuppi. “La parola è vita”. Il cardinale ricorda gli anni della propria formazione: “La mia generazione doveva svelare le ipocrisie, con qualche intransigenza pericolosa. Io facevo il Classico, giocavo con le parole”, ma la ricerca era quella di un linguaggio “che avesse un legame con la vita”. Perché, avverte, “le parole possono essere terribili”. Un problema che assume una dimensione nuova con gli strumenti digitali e con l’intelligenza artificiale: “Con l’IA entri in un mondo in cui il virtuale ti condiziona, c’è poco da fare”.
I “leoni da tastiera”: “Senza il volto dell’altro diventa possibile tutto”
Zuppi ricorda un episodio avvenuto molti anni fa, agli inizi della diffusione dei messaggi sui telefoni cellulari. “Con i primi messaggini alcuni ragazzi del catechismo si dissero cose terribili tra di loro. Ci colpì”, racconta. Il punto, secondo l’arcivescovo, è la perdita della presenza fisica dell’interlocutore: “Quando perdi la fisicità, gli occhi, la faccia dell’altro, diventa possibile un po’ tutto”. Da qui la riflessione sui cosiddetti leoni da tastiera: “Non li giustifico, per tanti motivi, ma in tanti casi non ti rendi conto”. La contraddizione è quella di una società che dispone di possibilità di comunicazione mai avute prima e contemporaneamente rischia di impoverire il linguaggio: “Hai uno strumento incredibile di comunicazione e poi non sai usare le parole, e quindi è pericoloso”. La risposta, per Zuppi, passa dal recupero del loro significato: “Riappropriarsi del significato delle parole permette di ricollegarsi alla vita”.
Dandini: “La parola fondamentale è noi”
Se per Zuppi bisogna recuperare il significato delle parole, Dandini ne sceglie una in particolare: “noi”. “Molte delle cose che hanno fatto le madri costituenti le hanno fatte usando il noi. Insieme”, sottolinea. Donne con appartenenze e idee diverse riuscirono, ricorda, a non fermarsi alle differenze, ma a “trovare un modo di convivere e fare meglio insieme”. Da quella esperienza Dandini ricava anche una riflessione sulla politica contemporanea: “Un Paese è fatto di tantissimi modi diversi e chi governa deve governare tutti, non seguendo solo la propaganda del proprio partito”.
La battaglia delle donne e la legge sulla violenza sessuale
La scrittrice ripercorre poi alcune delle battaglie che hanno segnato l’emancipazione femminile in Italia, ricordando quanto sia stato lungo il cammino per arrivare, nel 1996, alla legge che ha riconosciuto la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la moralità pubblica. Un risultato arrivato dopo anni di mobilitazioni e tentativi falliti e attraverso la capacità di parlamentari appartenenti a schieramenti differenti di trovare un terreno comune. “Donne con idee diverse si vedevano molto tempo in Parlamento e sono arrivate con la legge fatta a votare. E ce l’hanno finalmente fatta nel 1996”, ricorda Dandini. È ancora una volta il “noi”: “Per me è fondamentale, al di là delle differenze di pensiero che possiamo avere. L’importante è cercare quello che ci accomuna”.
Zuppi: “Sull’Europa stiamo facendo il contrario”
Lo stesso tema attraversa la riflessione di Zuppi sull’Europa. Il cardinale parte dalla relazione tra individuo e comunità: “L’io l’abbiamo ingozzato, nutrito all’infinito, ma senza il noi non c’è l’io”. Senza una dimensione collettiva, sostiene, resta “soltanto la bulimia, il crescere”, senza riuscire realmente a trovare se stessi. Da qui la preoccupazione per un’Europa attraversata nuovamente da divisioni e contrapposizioni. “Noi abbiamo trovato uomini che ci hanno regalato l’Europa. Noi stiamo facendo il contrario. Stiamo facendo il contrario. Ed è pericolosissimo”, avverte Zuppi. Il rischio è quello di lasciare alle generazioni successive un mondo peggiore: “Rischiamo di perdere il pensarsi insieme, l’essere insieme”.
“Dove c’è amore c’è famiglia”
Nella parte conclusiva del suo intervento Dandini affronta anche il tema della famiglia, con una battuta sulla distanza delle proprie posizioni da quelle della Chiesa. “Non ho un accordo con la Chiesa, ma mi hanno invitato lo stesso”, scherza. Poi aggiunge: “Per me dove c’è amore c’è famiglia”. Un tema sul quale, osserva, “se ne può parlare” e sul quale dice di vedere “apertura”. Il punto d’arrivo torna così alle parole scelte per l’incontro e al messaggio del suo libro: “Noi vogliamo essere felici con i nostri amici, con i nostri figli, con le nostre persone. Non avere paura e cercare la felicità: sono queste le parole che ho portato”.
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