“Livio Berruti, un monumento sacro”: l’ultimo saluto di Torino
Si è fermato all’età di 87 anni, Livio Berruti, il leggendario oro olimpico dei 200 metri a Roma 1960. È il campione che incantò il mondo con i suoi occhiali da sole, superando i grandi velocisti americani con la sua falcata inconfondibile. Ma è anche l’incarnazione di un’atletica fatta di stile, intelligenza e semplicità tutta torinese.
La notizia della sua scomparsa scuote la città: il legame con Torino affonda le radici nella giovinezza. Nato nel Vercellese a Stroppiana — dove era cresciuto dai nonni fino al 1950 — si era poi stabilito sotto la Mole, in via Saccarelli, quartiere San Donato.
«Torino e l’Italia perdono un grande campione, capace di incarnare profondamente i valori olimpici e sportivi — commenta il sindaco Stefano Lo Russo — Fu tra i protagonisti più attivi quando la fiaccola olimpica si accese nella nostra città, nel 2006, ricordandoci che le Olimpiadi sono un momento di sport ma anche un potente messaggio di fratellanza e di pace in tutto il mondo».
Figlio di un perito chimico — che dirigeva una sezione dell’Arsenale militare di Torino — crebbe tra i banchi del liceo classico Cavour, imparando proprio dal tessuto cittadino torinese a coltivare quella «voglia spasmodica di andare oltre i limiti».
La sua passione per l’atletica la scoprì quasi per caso tra i banchi di scuola: esplose durante l’ora di ginnastica in quinta ginnasio quando, sfidando il miglior velocista della scuola sotto lo sguardo del professor Melchiorre Bracco, capì di poter volare. «Fu lui a iscrivermi agli 80 metri, ai campionati interni e ai provinciali. Vinsi tutto», disse nel 2018 in un’intervista a Repubblica.
I venti secondi in cui Berruti conquistò il mondo

Furono anche gli studi in chimica a renderlo un atleta fuori dal comune. E in Chimica si laureò proprio a Torino: «Mi veniva naturale e spontaneo mettermi nel punto giusto della curva per vincere la forza centrifuga. Mi dava un senso di piacere, quasi erotico».
Quella torinesità fatta di aplomb, sobrietà e sottile sprezzo del pericolo si è vista tutta sulla pista dello Stadio Olimpico. «Il Piemonte e l’Italia perdono un simbolo dello sport che ha saputo entrare nella storia del nostro Paese — dice il presidente della Regione Alberto Cirio — Con la sua carriera ha impersonato i valori più belli e profondi dello sport: talento, eleganza, sacrificio, correttezza e passione».
Berruti ha saputo tracciare una rotta autonoma, unendo il rigore sabaudo a una straordinaria leggerezza mentale. Come raccontava a Repubblica ripensando alla pressione dei giorni olimpici: «Avevo l’attitudine a voler superare gli ostacoli più grandi di me». E ancora, descrivendo la calma con cui affrontava i rivali: «Con un occhio guardavo il traguardo e con le orecchie ascoltavo il passo degli avversari».
Anche dopo l’oro di Roma, tra le esperienze nel mondo della pubblicità con Ermenegildo Zegna e i lunghi anni trascorsi a lavorare nelle relazioni esterne della Fiat fino alla pensione, Berruti è rimasto fedele a quel profilo basso e a quell’ironia intelligente che riassumeva così bene citando il suo amico Alberto Bolaffi: «Il successo non ti appartiene».
Come migliaia di italiani Sergio Chiamparino ha visto Berruti per la prima volta in un televisore in bianco e nero. Il campione stava vincendo i 200 metri a Roma e l’ex sindaco di Torino era solo un bambino. I due si ritroveranno anni dopo, per l’accensione del braciere olimpico davanti al Comune per una fotografia che passerà alla storia. «Sono passati vent’anni ma lo ricordo come fosse ora», dice Chiamparino.
Nel 2006 Berruti è stato uno degli otto italiani portatori della bandiera olimpica alla cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino, la sua città. «Per me era uno monumento sacro — commenta commosso, l’ex sindaco Valentino Castellani — Era torinese doc, una persona mai sopra le righe».
Ne conserva un ricordo pieno d’affetto anche Evelina Christillin. «È stato il compagno di stanza che mi accolse ventenne e inesperta all’ufficio stampa della Fiat — spiega — Livio era un campione umile e gentile, con cui ho condiviso tanto. Era anche uno straordinario bon vivant, capace di mangiate pantagrueliche».
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