Trentino Alto Adige/Suedtirol

Tornello sul Seceda, tremila euro al giorno


SANTA CRISTINA VAL GARDENA. Di tremila che ogni giorno prendono la funivia, uno su cinque stacca il biglietto per il punto leggendario, lo sfondo perfetto per la foto. La foto sul Seceda, con le Odle, naturalmente. In abiti nuziali o da escursione, con le guance arrossate dal sole della val Gardena o con il volto perfettamente truccato. Ogni giorno seicento persone varcano il tornello più controverso della regione: 5 euro dopo i 74 di funivia da Ortisei, l’ultimo obolo per staccare un pezzo del mito. Costa caro ma «it’s worth it», ne vale la pena, dicono Vickie e Lyann, arrivate da Los Angeles per un tour alpino. Appassionate escursioniste, il Seceda era nella loro bucket list, nella lista dei luoghi del mondo da non perdere.

Di altoatesini se ne incontrano pochi. Eppure la montagna brulica di gente, qualcuno pure sui prati nonostante il divieto (rinforzato da un cartello che avverte della presenza di vipere). Guardi per aria e vedi ovunque telefoni. In un paio di punti sono stati installati simil-treppiedi in legno per farsi l’autoscatto. Guardi per terra e vedi pedule, anche sneakers, in certi sparuti casi scarpe aperte, da trekking e non. In vetta circolano storie: i tiktoker che spuntano dalla funivia per un balletto e poi subito scappano in valle, le fashion victim del tacco dodici indossato all’ultimo (se non direttamente in funivia), quello che si nasconde sotto un cannone da neve per manovrare il drone, in barba ai cartelli di divieto piantati ovunque, le ragazze che appoggiandosi sull’ultima panchina si truccano per la foto.

È pieno di asiatici e di americani. I garage di Ortisei sono una babele di targhe spagnole, francesi, britanniche, polacche, romene, tedesche. In funivia sale una coppia di Roma, Alessandra Anniballi e Mario Ponzani. Trascorrono le ferie a Selva e girano i dintorni. Si fermano una settimana: mosche bianche, nell’era del mordi e fuggi. Le sorelle coreane Haneul e Hansol Kang sono arrivate da Seul per un tour europeo che tocca Parigi, Chamonix, la Verona shakespeariana e le Dolomiti. «Tre anni fa sono venuta sul Seceda e ora ci sono tornata con mia sorella», racconta Haneul. Poco distante, ecco Kushagra Gahlot e Deepika Sardana, coppia di scienziati. Fanno ricerca tra Germania e Svizzera e sono originari di Rudrapur, in India. «Ho saputo del Seceda da amici e da Instagram, e mi sono detto che dovevo visitarlo», sorride Gahlot, al secondo soggiorno nelle Dolomiti «dove apprezziamo le tante possibilità di escursioni nelle montagne», sottolinea.

Questa però è la montagna raggiungibile. Funivia (o seggiovia da Santa Cristina, per risparmiare e camminare un po’), servizi, baite. Intorno a un tavolo, un gruppo sulla trentina si gode una birra. Uno di loro viene da Egna, uno da Monza Brianza, tre da Roma. Sono saliti a piedi da Selva e hanno fatto amicizia camminando. «È meglio che salire in funivia, o sfrecciando sui sentieri con le e-bike», dicono, «Un rischio è di riempire le vette con persone che vogliono solo la foto. È un bene che questi panorami magnifici siano alla portata di tutti, di chi è più in là con gli anni o ha una disabilità, ma se si è in grado, la camminata dà molta più soddisfazione».

Il sentiero dalla funivia al punto panoramico è facile. Trovandosi nel Parco naturale Puez-Odle è pubblico, ma attraversa proprietà private. E i privati hanno installato un tornello, quest’anno in versione mobile. Una piccola «dogana» di legno agganciata alle recinzioni che corrono ai lati del sentiero, con telecamera, pannello fotovoltaico e Pos per il pagamento dei famosi cinque euro (i residenti in Alto Adige ne sono esentati). Niente contanti. L’addetto Kevin Oberhauser, di Naz Sciaves, apre il gabbiotto e mostra il nastro di scontrini emessi. Chi lo chiede, lo riceve. Lo stesso avviene sul sentiero più sotto, dove un secondo operatore, Daniel Benea, romeno di origine e gardenese da ormai più di vent’anni, presidia un piccolo varco di pali di legno, conficcati nel prato. «Niente contanti, solo carta», avvisa. Una famiglia riteneva che almeno l’accesso dal sentiero meno battuto fosse libero, come l’anno scorso, e protesta: «È una vergogna, è l’unico posto in tutta Italia in cui bisogna pagare. Una famiglia, 25 euro». Ma i terreni sono privati. «Come ovunque», ribattono. Conoscono il tema del tornello e il rischio che ne spuntino di nuovi su ogni sentiero della provincia, se l’impianto fosse dichiarato legittimo. «Sarebbe la fine del turismo», affermano.

Tanti hanno visto il video dell’accesa discussione tra una turista e un operatore per il presunto mancato rilascio dello scontrino. «La signora non aveva ancora pagato ma ha chiesto lo scontrino, l’addetto ha risposto “un attimo”, e intanto altri sono saltati oltre lo steccato. E la turista ha minacciato di chiamare le forze dell’ordine. Il nostro operatore ha reagito, ma ha sbagliato, infatti noi abbiamo già preso provvedimenti e ci siamo scusati per il suo comportamento. Ho avuto l’impressione però che sia stata un po’ una messinscena», spiega Georg Rabanser, che insieme agli altri tre proprietari terrieri ha creato la srl consortile Seceda Pana, affiliata alla Camera di commercio. «Lo scontrino viene emesso. Basta chiedere e lo si riceve. La Guardia di finanza, che ha già fatto controlli, ci ha confermato che non è obbligatorio darlo in mano ai clienti». A questo punto, facciamo ciò che fanno tutti: i conti in tasca ai proprietari. La funivia è aperta dal 20 maggio a fine ottobre, quindi cinque mesi, con una media di 3mila accessi al giorno (e punte di 4-5mila). «In media, da noi entrano circa 600 persone», prosegue Rabanser. Fanno 3mila euro al giorno. Togli l’Iva, togli i costi del personale e di tutti i lavori necessari, e qualcosa rimane. «Ma è un terreno privato», obietta il proprietario, «Ad esempio, nessuno fa le pulci all’albergatore che guadagna dalla sua attività».

Tanti però arrivano, vedono steccati e tornelli e protestano. Dicono che la montagna è di tutti. Rabanser: «C’è chi arriva a contestare che sia un terreno privato. Una volta uno mi ha addirittura chiesto l’atto di proprietà. Quest’anno comunque abbiamo avuto poche discussioni». Sullo sfondo resta il tema dello spopolamento delle aree montane. Rabanser si sfoga: «Qualcuno mi chiede: ma chi te lo fa fare, ma perché non vendi il terreno? Certo, così se lo compra l’oligarca che per costruirsi lo chalet manda in municipio gli avvocati, e quelli fanno la voce grossa. Se abbiamo ragione lo dirà la massa. E il tempo».


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