nelle sue canzoni la Storia e la tenerezza
Nell’ennesima ondata di calura di questa estate 2026, la notizia della morte di Francesco Guccini ci lascia un gelido sconforto. A quanti di voi è capitato che alla morte di un cantante amato avete pensato o cantato per tutto il giorno le sue canzoni? È un modo per sconfiggere l’angoscia, ma è anche la prepotente riemersione di un lascito che ci viene consegnato.
Francesco Guccini, nato nel 1940, muove i suoi primi passi artistici negli anni Sessanta. Come Fabrizio De Andrè è illuminato da quella vita in presa diretta raccontata dai Cantacronache e, su un versante più popolare, da Bob Dylan. Come De André per La canzone di Marinella, anche Guccini riprende uno dei suoi motivi più noti, La locomotiva, da una vicenda del luglio 1893 quando il macchinista anarchico Pietro Rigosi si mise alla guida di una locomotiva, diretto alla stazione di Bologna. Deviato il corso del locomotore dai macchinisti, il mezzo finì per sbattere contro i carri merci in sosta, un gesto contro i re e contro i tiranni perché “gli uomini sono tutti uguali”.
Guccini ha dentro un fuoco che lo agita e lo manifesta nel 1967 nel motivo Sociale e antisociale:
Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale,
odio guerre ed armamenti in generale.
Odio il gusto del retorico, il miracolo economico
il valore permanente e duraturo,
radio a premi, caroselli, T.V., cine, radio, rallies,
frigo ed auto non c’è “Ford nel mio futuro”!
Sono temi che torneranno nelle sue canzoni così crudelmente sincere. Il consumismo che spoglia dentro
Nelle auto prese a rate Dio è morto, […]
Una politica che è solo far carriera.
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto.
Rispetto a questo testo del 1965, dopo oltre sessant’anni, siamo diventati persino più bravi a glorificare il nulla, senza renderci conto che è solo “una gloria da stronzi”.
Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta si è convissuti con l’inquietudine del disastro nucleare (in realtà ancora dietro l’angolo):
Solo il silenzio come un sudario si stenderà
Fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno
Ma noi non ci saremo
Noi non ci saremo.
L’insopprimibile desiderio di pace torna a uscire da un motivo come Auschwitz, che ha avuto il merito di infondere, nei resti di un bambino in fumo, il senso più profondo di quell’abominio. Dentro a questa storia c’è una domanda che ancora ci interpella:
Io chiedo quando sarà
che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare.
O forse, per tornare al Dio che è morto, ridurre a più reali proporzioni i “miti eterni della patria e dell’eroe” potrebbe aiutare a vivere meglio, senza rinnegare Radici e senso di appartenenza.
Contro “il gusto del retorico”, per stare più leggeri, Guccini ha caratterizzato tutta la sua produzione. Onesto nei resoconti delle sue storie sentimentali, anche verso i suoi errori, pur negli inevitabili risentimenti: Incontro, Eskimo, Vedi cara, Quattro stracci sono immersioni di quotidianità dove l’amore non è il brivido dell’infatuazione, ma il più prosaico ménage di vizi, occasioni perdute, sopportazioni finite. Anche quando l’amore sembrerebbe trionfare lo scenario è mesto, un fondo terra terra, senza voli pindarici:
Forse ci consolava far l’amore,
ma precari in quel senso si era già.
Un buco da un amico,
un letto a ore su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla “boia d’un Giuda”
e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda
era un fatto di clima e non di voglia!
Molte delle sue canzoni sono pervase da un senso di perdita, compensati da momenti di struggente tenerezza (Il vecchio e il bambino, Il pensionato) con solitudini parallele che qualche volta si incontrano, ora mano nella mano, ora nei pensieri e, in ogni caso, con uno sguardo al tempo che passa al come siamo e al come eravamo.
Bastava andare a un concerto di Guccini per capire quanto le sue canzoni abbiano coinvolto più generazioni. Il desiderio di raccontare una vita senza orpelli ha permesso alle sue canzoni di essere introiettate non solo per cantarle, ma per sentirne l’essenza profonda. In alcuni suoi testi traspare una vena ironica, quasi cabarettistica in un motivo come La Genesi (1973), album in parte registrato all’osteria bolognese delle Dame.
Guccini è stato un poeta libero, il suo impegno sociale mosso da una vena anarchica andava al di là dei partiti, era proteso verso l’uomo, alla ricerca di un superiore senso di umanità.
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