Zero termico a 5mila metri e ghiacciai che fondono, è l’estate da piena crisi climatica delle Alpi: “Le comunità vanno aiutate”
L’immagine più tristemente iconica dell’estate – non ancora conclusa – sarà quella delle cascate d’acqua che vengono giù dal Cervino, da 4mila metri di quota. Una scena da film o romanzo distopico, che invece è la realtà. E poi il distacco di una parte del ghiacciaio dell’Ortles, la Marmolada nero pece e persino Federica Brignone, a Zermatt, che non può allenarsi sugli sci e diffonde il video di ciò che resta della stazione a oltre 3.800.
Gli accordi di Parigi del 2015 sono stati archiviati con l’obiettivo di mantenere l’incremento della temperatura, a livello globale, a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Duemilaquindici, non il secolo scorso. Eppure basta guardare ciò che sta accadendo in questi mesi sull’arco alpino: anomalie termiche comprese tra i 2 °C e i 4 °C rispetto alla media climatica 1991-2020. D’accordo che le montagne sono le aree in cui la crisi climatica accelera più che altrove, però la situazione è davvero preoccupante. Lo zero termico in quota dalla seconda metà di giugno, infatti, si è mantenuto frequente tra 4.800 e oltre 5.000 metri, favorendo una fusione precoce della neve e condizioni critiche per i ghiacciai alpini e le vette: da qui nascono le cascate d’acqua dal Cervino, cioè temporali di pioggia e non di neve a 4mila metri di altitudine. Le cime più in sofferenza? Il Monte Bianco, la già citata Marmolada e l’Adamello (il ghiacciaio più grande delle Alpi italiane).
A denunciare tutto ciò è Legambiente, con la sua Carovana dei ghiacciai, insieme al Cai (Club alpino italiano), Cipra Italia (Commessione internazione per la protezione delle Alpi), alla Fondazione Glaciologica Italiana e ad oltre 90 sigle, firmatarie del Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai, l’azione congiunta che ha portato alla presentazione della prima piattaforma politica-culturale nata in Italia per i ghiacciai: Governare le Alpi che cambiano.
Alla sua settima edizione, la campagna di Legambiente registra: sulla vetta del Monte Bianco (4.805 metri), il tetto d’Europa, il 18 giugno la temperatura era di +0,8 °C, mentre il 24 giugno la temperatura media oraria ha raggiunto circa +2°C; condizioni termiche eccezionali sulla Marmolada, dove alla stazione di Punta Rocca (3.265 metri) la temperatura è rimasta sopra lo zero dal 16 giugno, con punte prossime ai +5°C. Ma le temperature elevate rendono più sottile e fragile anche il ghiacciaio dell’Adamello: dalla fine degli anni Novanta la velocità di ritiro della fronte dell’Adamello-Mandrone è notevolmente aumentata (760 m tra il 1997 e il 2025) con un’ulteriore accelerazione nell’ultima decade (550 metri in soli dieci anni), 265 metri nel solo triennio 2023-2025.
“Serve un’assunzione di responsabilità collettiva e azioni concrete a partire da una governance europea per i ghiacciai e il riconoscimento dei giganti bianchi come beni comuni”, dice Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “In alta quota la crisi climatica lascia sempre di più il segno, in particolare le Alpi si stanno riscaldando il doppio rispetto alle medie globali e le comunità montane devono essere aiutate e sostenute”.
“Il quadro dei ghiacciai italiani nel 2025 – dichiara Valter Maggi, presidente della Fondazione Glaciologica Italiana – conferma una tendenza ormai consolidata: la quasi totalità dei circa 900 ghiacciai alpini censiti presenta bilanci di massa negativi, con oltre il 90% ridotto a una superficie inferiore a 0,5 km². L’Adamello, il più esteso ghiacciaio delle Alpi italiane, ne è l’esempio più evidente, con una perdita stimata di circa 12 milioni di metri cubi d’acqua nel corso dell’ultimo anno. Sono dati che descrivono non un’anomalia, ma un processo di regressione ormai strutturale legato al riscaldamento climatico in atto”.
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