Fabbriche clandestine di sigarette a Torino, incassi per 175 milioni e “lavoratori” come schiavi

Ogni giorno, a Torino, nascevano 48mila pacchetti di sigarette di contrabbando. A confezionarli erano “schiavi” che non vedevano neanche la luce del sole. Praticamente tutti moldavi e ucraini, costretti a vivere e lavorare dentro cinque fabbriche clandestine sparse fra la periferia di Torino, Venaria e Caselle, cui si aggiungevano due magazzini ricavati nei capannoni lasciati vuoti dalle aziende regolari: era un distretto illegale del tabacco, il primo in cui le finte Marlboro venivano prodotte direttamente in Italia anziché essere importate di contrabbando, sfruttando la vicinanza con i porti e con il confine francese. E intanto i “padroni” di queste fabbriche, anche loro arrivati dall’Est Europa, diventavano milionari e reinvestivano i guadagni in diamanti, auto e orologi di lusso.
A scoprire questo traffico di “bionde” sono stati carabinieri e guardia di finanza, che nelle scorse ore hanno eseguito 23 misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta “Chain smoking”: quattro persone sono finite in carcere, una ai domiciliari e diciotto hanno ricevuto l’obbligo di firma, che si aggiungono agli otto arresti già eseguiti a ottobre (tutti persone di origine moldava, ucraina, romena o bulgara). Quando gli investigatori avevano già sequestrato anche i macchinari, oltre a 250 tonnellate di tabacchi e circa 538 milioni di componenti: adesso si aggiunge il sequestro preventivo di 140 milioni di euro, cioè l’ammontare dell’evasione fiscale prodotta da questo business. Che, secondo gli investigatori, ha generato 175 milioni di guadagni delle vendite dei pacchetti contraffatti, soprattutto nel Nord Europa. Sequestrati anche camion, auto, immobili, diamanti e orologi di marca.
Per gli indagati, le accuse vanno da associazione a delinquere a contrabbando dei tabacchi lavorati e contraffazione fino a riduzione in schiavitù, tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Francesco Pelosi, è partita dalla scoperta di una fabbrica abusiva a due passi dall’aeroporto di Caselle. Da lì gli inquirenti hanno seguito le vie del tabacco, risalendo agli altri capannoni e ai tir che spostavano i carichi fuori da Torino. Lo dimostrano arresti e sequestri eseguiti nell’ultimo anno, con camion carichi di sigarette fermati lungo la tangenziale o al Colle del Monginevro. Così il nucleo di polizia economico-finanziaria e la compagnia di Venaria hanno trovato gli altri siti di produzione di Venaria e Torino (nei quartieri Barca, Madonna di Campagna e Rebaudengo).
I capannoni erano affittati regolarmente da ignari proprietari, mimetizzati nelle aree industriali e spacciati per aziende “normali”. Gli impianti venivano alimentati con gruppi elettrogeni per nascondere gli altissimi consumi di energia elettrica, dovuti alla produzione continua di tabacco trinciato, filtri, cartine e cartoncini per arrivare a 35 milioni di pacchetti (cioè 700 tonnellate). Le finestre verso l’esterno erano oscurate. All’interno, in stanze illuminate solo artificialmente, c’erano i lavoratori: dieci per fabbrica, pagati in nero, costretti a turni massacranti, senza tutele o possibilità di riposo.
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