Tossicodipendenti detenuti a domicilio, perché la legge stressa il sistema delle cure

Il rischio è di un ingolfamento del sistema che potrà portare a liste di attesa, eventuali trattenimenti negli istituti penitenziari di chi invece potrebbe usufruire di programmi alternativi, con tutte le possibili ripercussioni, ma anche all’aumento “forzato” della domiciliarità per chi ha la disponibilità di un alloggio, con l’esclusione di gran parte dei migranti. Peraltro, la spinta ad accettare nuovi ingressi rischia di indebolire l’appropriatezza dei percorsi e di aumentare le recidive. C’è anche da segnalare che con la legge viene istituito presso il ministero della Salute un fondo con circa 19 milioni e 500mila euro annui a decorrere dall’anno 2026, equivalenti a circa 600 rette annuali complete nelle strutture residenziali private accreditate. Oltre questa prima disponibilità le amministrazioni interessate, in primo luogo Regioni e Ministero della Giustizia, secondo quanto scritto nella legge, devono provvedere alla sua attuazione senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Il tema sicurezza
C’è poi il tema dell’innalzamento della soglia della pena a otto anni, che si possono certamente raggiungere sommando più reati di lieve entità come accade per chi delinque esclusivamente per procurarsi la droga, ma potrebbero essere raggiunti come pena per un singolo reato.
Si tratta di un limite che sta suscitando alcune reazioni in relazione alla sicurezza della collettività, pur escludendo la legge i reati più gravi. D’altro canto, una delle finalità della legge, seppur non scritta nel testo ma solo dichiarata, è arrivare ad una diminuzione dei detenuti, oggi circa 63.500 a fronte di una capienza regolamentare di circa 51.300 posti.
C’è, infine, una tema culturale più generale che riguarda il sistema salute mentale/dipendenze al quale con il passare degli anni, e con l’approvazione di nuove normative, si tende a delegare sempre più compiti di controllo sociale, sempre meno di cura. Un tema affrontato anche nel Piano nazionale di azioni per la Salute mentale 2025-2030 nel quale si riafferma che il l’obbiettivo del personale sanitario è sempre orientato alla cura.
In conclusione, con la nuova legge, partendo da un giusto principio, si apre un percorso rinnovato con ostacoli da superare, dalla necessità di risorse adeguate all’attuazione di percorsi verificati, fino alla salvaguardia delle competenze cliniche delle operatrici e degli operatori sanitari, evitando deleghe per la sicurezza della società.
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