“Non ho smesso di vivere né di lavorare”
Carly Simon ha raccontato per la prima volta pubblicamente di convivere con il morbo di Parkinson. La cantautrice americana, 83 anni, ha condiviso una lunga e toccante lettera con i suoi fan per spiegare le ragioni del lungo periodo di lontananza dalla vita pubblica, rivelando anche di aver affrontato recentemente un carcinoma basocellulare al volto, rimosso con successo. Nonostante le difficoltà, Simon ha continuato a scrivere e registrare musica: il 14 agosto pubblicherà Comes in Waves, il suo primo album di inediti dopo molti anni.
“Molte persone mi hanno scritto, chiedendosi gentilmente il motivo del mio relativo silenzio, come stessi e cosa avessi fatto”, esordisce la musicista. “La verità è che ho imparato a convivere con il morbo di Parkinson. Mi ci è voluto del tempo per comprendere la diagnosi, per accettarla e per decidere quanto volessi parlarne pubblicamente”. Simon descrive una malattia imprevedibile, che si manifesta in modo diverso di giorno in giorno: “Alcuni giorni sono così stanca che non riesco nemmeno a iniziare la giornata. Altri, invece, mi dà un po’ più di spazio per muovermi, pensare, lavorare e sentirmi me stessa”.
I primi sintomi, racconta, si erano confusi con le conseguenze dell’artrite che l’aveva costretta a sottoporsi alla sostituzione di entrambe le ginocchia e di un’anca. Dopo gli interventi, però, la mobilità continuò a peggiorare. “Avevo difficoltà ad alzarmi da sedie basse e divani profondi senza che qualcuno mi offrisse un braccio. I mobili imbottiti diventarono il mio nemico. Una volta seduta, mi sentivo come se fossi stata inghiottita dalla poltrona e potessi rimanervi per sempre”.
Quando anche camminare senza aiuto divenne difficile, Simon si sottopose a una serie di accertamenti alla Mayo Clinic, dove arrivò la diagnosi. Da allora segue una terapia farmacologica per alleviare rigidità e altri sintomi, ma sottolinea come il Parkinson non colpisca soltanto il movimento. “Il morbo di Parkinson è solitamente associato a problemi di movimento, tremori ed equilibrio, ma può colpire molto più del solo corpo. Può causare ansia, depressione, spossatezza e apatia”. Proprio quest’ultima, spiega, è uno degli aspetti più difficili da descrivere: “Non si tratta semplicemente di tristezza o pigrizia. È come se la parte del cervello che invia gli inviti a partecipare alla vita avesse temporaneamente smarrito la lista degli invitati”.Nello stesso periodo, la cantautrice ha dovuto affrontare anche un carcinoma basocellulare al volto. L’intervento ha eliminato completamente il tumore, ma ha avuto ripercussioni sul suo rapporto con la propria immagine. “Sono sempre stata più critica del mio aspetto di quanto chiunque altro possa immaginare (basti pensare all’ironia di aver scritto ‘You’re So Vain’), e questo ha fornito al mio critico interiore un bel po’ di nuovo materiale”.
Tra le difficoltà fisiche, gli interventi chirurgici e le conseguenze emotive della malattia, Simon ha scelto di allontanarsi dai riflettori. “Se a una persona è concesso di andare in letargo sia d’inverno che d’estate, allora sono diventata un orso per tutte le stagioni”. La musica, però, non ha mai smesso di accompagnarla. “Non ho smesso di vivere e non ho smesso di lavorare”. Proprio durante questo periodo ha preso forma Comes in Waves, un progetto costruito recuperando melodie, testi e idee rimasti incompiuti per anni. “L’album include canzoni e frammenti di canzoni che mi aspettavano, alcune da anni. C’erano melodie, versi e idee annotate e messe da parte in attesa di un futuro imprecisato, quando avrei avuto il tempo e la concentrazione per completarle. A quanto pare, quel futuro è adesso”.
La cantautrice racconta che lavorare al disco le ha restituito un senso di equilibrio: “La musica mi offriva un posto dove andare senza dover uscire dalla stanza. Mi ricordava che la malattia può cambiare la vita senza però diventarne l’intera esistenza”.
Simon affronta la sua condizione con lucidità. “Non considero il Parkinson un dono o una benedizione. Non è né l’uno né l’altro. È difficile, frustrante e a volte spaventoso. Sto ancora imparando a conviverci e ad accettarlo senza sentire di aver rinunciato a qualcosa di essenziale”. La lettera si chiude con un messaggio di gratitudine verso i figli, la famiglia, gli amici e il personale medico che l’ha accompagnata in questo percorso, insieme a una frase che riassume il suo stato d’animo: “Oggi mi muovo più lentamente, mi affido agli altri più di prima e ho imparato ad accettare che ogni giorno sarà un po’ diverso. Ma sono ancora qui”.
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