Calabria

‘Ndrangheta, quel milione di euro di beni confiscati da far arrivare al clan Condello: i ruoli di Bruno e Richichi



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Avrebbe tentato di far arrivare quasi un milione di euro, una somma che era stata confiscata in un procedimento, ad un uomo della ‘ndrangheta, precisamente della «cosca Condello». E’ questa la grave contestazione formulata dalla Procura di Milano a carico di un funzionario amministrativo, in servizio all’Ufficio gip milanese, finito al centro di una inchiesta per tentata truffa e falso con l’aggravante mafiosa e anche delle contestuali verifiche dei vertici del Tribunale milanese.

Il 22 giugno scorso, infatti, come scrive negli atti il pm della Dda Stefano Ammendola della Procura diretta da Marcello Viola, il funzionario, 55 anni, in concorso con un 40enne condannato in via definitiva per associazione mafiosa anche per aver favorito la «ventennale latitanza» del boss Domenico Condello, avrebbe tentato di «appropriarsi» di 989mila euro, su un totale di quasi 2 milioni di euro che erano congelati, dopo la confisca, nel Fondo Unico Giustizia.

Il dipendente amministrativo avrebbe, infatti, compilato un modulo, con «in calce» la sua firma, e con la «disposizione di restituire» al 40enne quella somma. Equitalia Giustizia, però, dopo aver ricevuto quella richiesta di sblocco e restituzione del denaro, chiese dei «chiarimenti» il 15 luglio alla presidenza della sezione Gip. Non risultava alcun provvedimento giudiziario sulla restituzione di quei soldi e, dunque, il giorno successivo sono subito scattati gli accertamenti. Intanto, la cifra è rimasta ferma nel Fug.

L’indagato principale è Domenico Bruno, 55 anni, per lungo tempo autista in servizio presso l’ufficio Gip del Tribunale di Milano. Mansione che gli permetteva di accompagnare i magistrati nei penitenziari per gli interrogatori di garanzia. Nel corso degli anni, però, l’uomo aveva progressivamente iniziato a svolgere funzioni amministrative, fino ad affiancare gli uffici che si occupano delle archiviazioni e della gestione delle procedure collegate a sequestri e confische. Proprio questa familiarità con la macchina burocratica del settimo piano del Palazzo di Giustizia gli avrebbe consentito di accedere ai registri informatici e alla documentazione del Fondo Unico Giustizia. Poco prima che scoppiasse la bufera, Bruno era persino riuscito a vincere un concorso, ottenendo la qualifica formale di operatore giudiziario.

La presunta trappola contabile è scattata lo scorso 15 luglio. Attraverso il sistema informatico interno, è stato trasmesso a Equitalia Giustizia un “modello C” con causale “Provvedimento di restituzione”. Oggetto della sblocco: ben 980 mila euro, somme confiscate in via definitiva nell’ambito di un procedimento penale risalente al 2015. I soldi avrebbero dovuto prendere la strada della Calabria per finire sul conto di Massimiliano Richichi, 40enne di Reggio Calabria, oggi coindagato nell’inchiesta. Il profilo di Richichi è il tassello che trasforma la truffa in un caso da Dda: il quarantenne ha infatti una condanna definitiva alle spalle per associazione a delinquere finalizzata a favorire la lunga latitanza di Domenico Condello: il tentativo di sbloccare il Tesoro puntava ad alimentare direttamente le casse riconducibili alla criminalità organizzata.

Giovedì scorso, nel frattempo, i carabinieri in quota alla sezione di polizia giudiziaria hanno effettuato una perquisizione e un sequestro di diversi documenti custoditi nell’ufficio occupato dal dipendente che ora, come riporta il cartello apposto alla porta, è sotto sequestro. Funzionario con un’esperienza più che ventennale al settimo piano del Palazzo di Giustizia milanese (ora risulterebbe in ferie), e da tutti conosciuto e stimato e ritenuto «persona fidata». Tant’è che parecchi non riescono a capacitarsi e a credere che possa aver, anche lontanamente, commesso illeciti così gravi. Ora le analisi, sia degli inquirenti che del Tribunale, intendono far luce non solo sul caso specifico dei 989mila euro, ma anche accertare se il funzionario negli anni possa aver commesso altre irregolarità su beni sequestrati o confiscati. Inquirenti e investigatori intendono passare in rassegna, andando a ritroso nel tempo, le altre procedure gestite dal dipendente per sgombrare il campo dal sospetto che quanto è venuto a galla di recente sia solo la punta dell’iceberg. Il funzionario avrebbe tentato di giustificarsi parlando di un problema tecnico legato alla gestione del procedimento “incriminato”.


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