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Il calcio “pane e salame”, la Bovisa, l’umiltà: Osvaldo Bagnoli saluta il mondo a testa alta

Raramente se ne vanno i “migliori”, come si dice e si scrive, ma nel caso di Osvaldo Bagnoli, vale due volte: come allenatore e, soprattutto, come persona. Un uomo perbene, raccontano le persone che lo hanno conosciuto e hanno apprezzato la sua profonda umanità. Simbolo di un’altra epoca, del calcio “pane e salame”, definizione di un fuoriclasse del giornalismo come Gianni Mura, amico ed estimatore di Bagnoli.

Le origini operaie sono state la rotta della vita del maestro Osvaldo: era nato alla Bovisa, quartiere nella parte settentrionale di Milano, dove è ambientato l’unico romanzo di Ermanno Olmi. Area industriale, la fabbrica più importante in attività è stata la Montecatini. Oggi, convertita alla modernità, ospita una sede del Politecnico di Milano. Il papà, Aristide, era cremonese. La mamma, Vittoria Sperduti, romana.

Bagnoli comincia a giocare nell’Ausonia 1931, ruolo centrocampista e vince il titolo di campione lombardo, categoria Allievi. Il trasferimento al Milan, nel 1955, pagato 75mila lire, fa decollare la carriera. Utilizzato inizialmente come ala destra, ma poi riportato nella posizione abituale, rimane in rossonero due stagioni, in tempo per conquistare la Coppa Latina e uno scudetto. In Europa, firma due gol, al Benfica e all’Atletico Madrid. Nel 1957, il trasferimento a Verona, città che era nel suo destino, poi Udinese, Catanzaro, Spal e nel 1967 il ritorno a Udine. Un incidente stradale lo spinge a pensare al ritiro, per impiegarsi alla Mondadori, ma ci ripensa e va a Verbania, in Serie C, dove chiude la carriera a 38 anni e dove, sdoppiandosi come giocatore-allenatore, ha già intrapreso la strada della panchina.

Osvaldo mostra subito doti sopra la media nel nuovo ruolo, ma fa una gavetta destinata a lasciare il segno: Solbiatese, Como, Rimini, Fano – in C2, dove centra la prima promozione della carriera – e Cesena, portato in A nel 1981. L’anno della svolta: il Verona, in Serie B, lo arruola e Bagnoli festeggia subito il terzo salto di categoria. È l’inizio di un ciclo irripetibile, con la conquista dello storico scudetto nel 1985, l’esordio in Coppa dei campioni dove l’eliminazione arriva dopo un discusso e discutibile doppio confronto con la Juventus – memorabile l’ironia di Osvaldo sui “ladri” -, le due finali di Coppa Italia, un modello di gioco e di gestione che lo impone come uno dei migliori tecnici del suo tempo. La caduta in B del Verona nel 1990 chiude un’epopea straordinaria.

Osvaldo si trasferisce al Genoa, portato in Coppa Uefa e trascinato alla semifinale contro l’Ajax, con il fiore all’occhiello di una leggendaria vittoria in casa del Liverpool, ad Anfield. Nel 1992, lo chiama l’Inter. Nel 1993 i nerazzurri sono secondi in campionato dietro al Milan dei fenomeni, ma nella stagione successiva, tra errori di mercato e ambiente difficile, arriva il secondo esonero della sua carriera, dopo quello alla Solbiatese agli inizi dell’avventura. La sconfitta a febbraio nella gara al Meazza contro la Lazio timbra il licenziamento. Bagnoli dice basta. Ha solo 59 anni, ma non si ritrova più in un ambiente che sta profondamente cambiando. “Mi dedico alla famiglia”, racconta uscendo dalla scena. Si gode la sua casa di Verona e conduce un’esistenza riservata, tenendosi in contatto con i ragazzi dello scudetto del 1985, fino a quando la malattia che gli annebbia la mente prende il sopravvento.

Come raccontarono i giocatori del Verona nel quarantennale del titolo, Bagnoli era uomo di poche, ma acute parole. Un raffinato conoscitore di calcio. Coniugava la strategia con la praticità, l’accortezza con una visione moderna, lo spirito combattivo con la concretezza. Si arrabbiava poco, ma quando alzava la voce, attorno a lui calava il silenzio. Non amava gli eccessi, le urla sguaiate, le iperboli. E’ stato un uomo del popolo fino all’ultimo. Berlusconi non lo volle al Milan “perché di sinistra”. Osvaldo non fece una piega: non rinnegò mai le sue origini. Con il naso alla Cyrano, lo sguardo che inchiodava gli occhi dell’interlocutore, il dialetto e il dialogo con i giocatori, parlando di calcio e più spesso di vita, Osvaldo Bagnoli saluta il mondo a testa alta, poco dopo il suo 91esimo compleanno. “Pane e salame”, la Bovisa, l’umiltà: vedendo la piega che sta prendendo il calcio, con una finale mondiale dove la gente si sposterà in elicottero e i biglietti costano cifre scandalose, come non alzare un calice alla memoria di Osvaldo? Una persona perbene, molto.

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